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cambiamento climatico

Smettiamo di chiamarlo cambiamento climatico. È una crisi

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Greta Thunberg ha paragonato la gestione della pandemia a quella del riscaldamento globale: «Se in futuro impareremo a trattare la crisi ambientale come una crisi, forse riusciremo davvero a cambiare le cose e anche a sensibilizzare di più le persone. E non si tratta solo del clima, ma anche dell’acidificazione degli oceani, della perdita di biodiversità, la diminuzione del suolo fertile. Se un virus può distruggere completamente le economie, significa anche che dobbiamo ripensare le cose e iniziare a vivere in modo sostenibile». Perché non è un cambiamento climatico, è una crisi: chiamare le cose con il loro nome fa paura ma restituisce la portata dei fenomeni. Fenomeni come gli incendi che stanno bruciando la California, l'Amazzonia e la Siberia. Perché nessun termine è neutro. E così le parole diventano un paio di occhiali nuovi per orientarsi entro i confini nel nostro mondo. Un mondo che rischia di essere molto diverso da quello che abbiamo conosciuto finora.

Perché parlare di crisi

Secondo il fisico del clima Antonello Pasini, è meglio parlare di crisi climatica, «perché in questo modo si ha la percezione di qualcosa che avviene nell’immediato, mentre se usiamo il termine “cambiamento”, si crea la falsa illusione che si tratti di un fatto naturale», spiega Antonello Pasini. Ma qui siamo di fronte a qualcosa che è di origine antropica e che soprattutto ha una rapidità di evoluzione che difficilmente percepiamo. Come con il coronavirus. «Finché vedevamo numeri piccoli eravamo portati a pensare che sarebbe stata una cosa facilmente gestibile, ma gli epidemiologi ci avevano subito avvertito: i numeri sono piccoli ma la dinamica di questo fenomeno è tale che se lo lasciamo andare avrà un’esplosione esponenziale. La scienza, dunque, ci dà la possibilità di capire e di avere una percezione corretta. Per il clima è essenzialmente lo stesso. Nel corso degli ultimi cento anni la temperatura globale è aumentata di un grado: gli scienziati ci avvertono che se non facciamo niente per fermare le emissioni di anidride carbonica nell’ambiente rischiamo di arrivare a 4-5 gradi in più entro il secolo». Ecco perché parlare di crisi ha a livello percettivo una valenza diversa che parlare di cambiamento. «Restituisce una dimensione emergenziale che non saremmo portati a pensare con i numeri piccoli che abbiamo. Siamo in emergenza, ce lo dice la scienza che fa conti più quantitativi».

La crisi climatica in Italia

Per quanto riguarda il nostro Paese, il riscaldamento negli ultimi 100 anni è stato pari a 2° e non a 1°, un po’ perché è una terra emersa e quindi per una ragione fisica si riscalda più degli oceani. Ma questo non basta a spiegare l'aumento. «È cambiata anche la circolazione dell’atmosfera: mentre una volta le estati erano dominate dal famoso anticiclone delle Azzorre, ora arrivano anticicloni africani, un po' in tutte le stagioni. Questo perché il riscaldamento globale di origine antropica, cioè causato dall’uomo, ha fatto sì che si sia espansa verso Nord la circolazione equatoriale-tropicale, facendo spesso entrare nel Mediterraneo quegli anticicloni che prima stavano stabilmente sul deserto del Sahara. Adesso arrivano quindi ondate di calore molto più forti. Ma non c’è solo questo. è cambiato anche il modo di piovere: adesso le piogge sono più rapide e violente rispetto al passato, quando erano più deboli e continue. Questo è dovuto alla circolazione: quando si ritirano questi anticicloni africani, entrano le correnti fredde da nord su un suolo caldo, mare caldo e succedono i disastri, con le grandinate con chicchi grandi come palline da tennis, alluvioni lampo che scaricano 200 millimetri di pioggia in poche ore su un terreno limitato e che creano frane e smottamenti. Qui non si può parlare di cambiamento ma di crisi: vediamo già sulla nostra pelle i primi impatti molto forti».

Il mondo scientifico e il cambiamento climatico

Non è un caso che sul numero di gennaio 2020 della rivista scientifica BioScience, un gruppo di oltre 11.000 scienziati abbia sostenuto che descrivere il riscaldamento globale come un'emergenza climatica o una crisi climatica fosse più appropriato rispetto a cambiamento climatico. Gli studiosi hanno affermato che è necessario un immenso sforzo per conservare la biosfera. Tra i segnali preoccupanti, la perdita di alberi, il consumo di combustibili fossili, le emissioni di CO2, che hanno portato a un incremento degli impatti climatici come l'aumento delle temperature e la fusione dei ghiacci. «Sapere che il cambiamento è antropico, cioè di origine umana, non è una disgrazia ma una buona notizia. Se il cambiamento fosse di origine naturale noi non potremmo far altro che difenderci nei confronti di questo cambiamento. Invece, così, possiamo agire sulle cause per ridurre gli effetti: bruciare meno combustibili fossili, possibilmente azzerare le combustioni, riforestare, usare un’agricoltura sostenibile, usando ad esempio meno concimi azotati, che vanno in atmosfera come protossido d’azoto e hanno un potere riscaldante superiore all’anidride carbonica. Poi bisogna, però, spingere sui politici, perché si tratta di gestire una transizione epocale senza far pagare il prezzo di questa transizione alle fasce più deboli. E questo è un compito della politica». Insomma, forse usare nuove parole può incoraggiarci a prendere in mano la situazione. E a invertire la rotta.

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