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Se non capisci la 'generazione trap' dovresti vedere 'Lovely Boy'

Quando Elvis Presley conquistò i giovani di mezzo mondo, tutti i loro genitori si incazzarono. Lo stesso fecero la Chiesa, la stampa, gli opinionisti, la casalinga di Voghera e tantissime altre persone. Fu un gran putiferio, poi, pochi anni dopo, tutti ballavano i successi del Re del rock. Quando fu la volta dei Rolling Stones, dei Beatles, dei Sex Pistols la scena si ripeté. Idem con Marilyn Manson, Oasis, Nirvana, e prima ancora era successo con Baudelaire, Van Gogh, Rimbaud e Dante e decine di altri grandi: osannati da morti, ma poco capiti dai loro contemporanei. Oggi succede con la trap e Francesco Lettieri ha deciso di spiegarne l'importanza nel suo secondo film, "Lovely Boy", a tutti coloro che ancora non la capiscono.

Il vecchio ha sempre paura del nuovo

Nel mondo dell’arte, ogni ciclo nuovo spazza via il vecchio, creando una rottura nel linguaggio, nell’estetica. Ciò che è nuovo di solito spaventa, non lo sappiamo assorbire, tendiamo a rifiutarlo, non ne vogliamo proprio sapere. Per un adulto di oggi è difficile comprendere il linguaggio dei trap boy, la loro estetica di eccesso e di sperpero (gli adulti faticano ad arrivare a fine mese, sono precari e si incazzano a vedere dei ventenni in Lamborghini per due strofe spesso stonate) e quel linguaggio di neologismi incomprensibili che li caratterizza. Diciamolo: quell’atteggiamento tra lo strafottente e lo strafatto, arrogante senza motivo, fa prudere le mani. Per questo un film come "Lovely Boy" è assolutamente fondamentale e se non l’avete visto dovreste quantomeno provarci.

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Andrea Carpenzano in 'Lovely Boy' di Francesco Lettieri - foto di Glauco Canalis

Noi abbiamo paura della trap

Tutta la campagna stampa sul secondo lavoro alla regia di Francesco Lettieri tende a mettere le mani avanti: questo film non parla di trap. Penso che il motivo del messaggio stia nel terrore dei produttori. Già il pubblico pagante al cinema o sulle piattaforme digitali è adulto (vecchio), se poi gli dicono che il film è su quei ragazzini come Gallagher o Sfera quelli non compreranno mai il biglietto. "Lovely Boy" non parla strettamente della trap, non è un documentario sulla scena italiana, ma è un’opera importante su una generazione di ragazzi che ha trovato nella trap un rifugio e una setta. È importante come lo fu "Amore Tossico" di Caligari molti anni fa perché, come quello raccontava i primi eroinomani rendendoli umani, "Lovely Boy" ci porta in mezzo a quei ventenni rumorosi col cellulare in mano e i vestiti strani che non erano mai stati rappresentati tanto bene fino a che non è arrivato Andrea Carpenzano, l’immenso attore che interpreta Nick.

Dipendente da ogni tipo di droga, incapace di qualsiasi manifestazione emotiva, Nick (la cui storia ricorda tantissimo quella di Side Baby e della sua vicenda con la Dark Polo Gang) dice un paio di frasi importanti. Rivolto a un amico in comunità di recupero: «Beh almeno tu conosci il tuo problema. Io manco quello». E poi: «il rap ha contenuti, noi no. Lo facciamo apposta». Beh, se volevamo comprendere il disagio della generazione più ricca, più agiata, più social, più online di sempre, eccoci serviti. Cresciuti nel silenzio di un mondo prospero, nelle nazioni più al sicuro del mondo, gonfiati dai like e dai social sin da ragazzini non potevano che essere annoiati e viziati e dar vita a un’estetica di rifiuto, di stordimento e di vuoto. Ma restiamo sulla musica. Come Elvis di cui parlavamo all’inizio, dobbiamo stare attenti a non fare i Pino Scotto della situazione, quelli che dicono di no a tutto anche se i vari Elvis hanno lasciato al mondo ore e ore di musica fantastica e la trap dovrà dimostrare di resistere alla moda del momento.

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Andrea Carpenzano ed Enrico Borello in 'Lovely Boy' di Francesco Lettieri - foto di Glauco Canalis

La musica nella comunità di recupero

Il punto più bello del film è una scena in comunità di recupero, in cui il giovane protagonista, dopo mesi di silenzio, si mette a suonare con un altro ospite del centro: un chitarrista pugliese eroinomane, bruttino, ex solista di una cover band dei Queen, vestito ridicolo come un sosia di paese di Brian May. L’essenza stessa della sfiga per un trap boy vestito Gucci da testa a piedi. Ma non conta, perché per la prima volta dalla rottura con la band e dal tentato suicidio Nick si esibisce con lui per i pochi amici della comunità tra le montagne in Trentino. Niente effetti luce, niente crew, niente ragazze. Solo poche frasi su un riff di chitarra. «Non ho paura di niente perché/ non ho paura di essere me/ non ho paura del buio perché/ ora nel buio ci sei pure te. Io sono un rasoio che taglia la faccia/ in questa vita di merda alla fine ho lasciato una traccia.»

Dopo tutto il film in cui Nick, fragile da strappare il cuore, rischia di morire, ti vengono i brividi a osservare la bellezza di questo pezzo. Ecco, se la trap riuscirà a darci le stesse emozioni allora potremo (noi che ci sentiamo vecchi) smettere di rifiutarla e potranno (loro giovani) smettere di sovraccaricarla di sceneggiate da bad boys.

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