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Perché 'Nevermind' dei Nirvana è ancora l'album perfetto (per il business)

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Nel 1991 Seattle, con la sua Microsoft, è il centro della rivoluzione tecnologica che dà carburante al nuovo boom economico. In questa città, che esce dalla crisi degli anni Ottanta trainando la ripresa americana, serpeggia un forte malcontento giovanile e sociale. Non è altro che un rumore di fondo agli inizi dei Novanta ma esploderà, otto anni dopo, in quel battesimo di fuoco del movimento No Global chiamato Battle of Seattle. Da questo fermento e dalle sue disillusioni nasce e poi si abbatte come uno tsunami sulla gioventù occidentale “Nevermind”, l’album più famoso dei Nirvana.

“Smells Like Teen Spirit”, un fraintendimento fortunato

Nel 1990 Kurt Cobain è un ragazzo alienato della classe operaia che vive in una zona di college, circondato da ragazzi ricchi che studiano in costose università pagate dai loro genitori. Frequenta Tobi Vail e Kathleen Hanna, ha una relazione con la prima ed è grande amico della seconda, entrambe membri delle Bikini Kill, famoso gruppo di riot grrl. È proprio a Kathleen Hanna che dobbiamo il titolo della canzone più famosa dei Nirvana e una delle hit più note al mondo: “Smells Like Teen Spirit”. Girano molte “leggende da intenditori” su quella vicenda, ma Kathleen Hanna le ha smentite tutte nel 2016, raccontando la vera storia a Myf Warhurst di Double J.

Una sera, Hanna è con Kurt e Tobi, che è rimasta colpita dal nome di uno dei deodoranti in vendita nel negozio dove hanno comprato da bere: “Teen Spirit”. Kathleen Hanna racconta che, più tardi, nell’appartamento di Kurt: «Inizio a scrivere sul muro, coi pennarelli “Kurt Cobain puzza di Teen Spirit” (Kurt Cobain smells like Teen Spirit). Non ho usato lo spray come dicono molti, era una piccola scritta a pennarello sul muro». Cobain, che “aveva buon orecchio per le frasi giuste” come aggiunge Hanna, decide di usare quella scritta come titolo della sua nuova canzone: un flusso di coscienza che alterna parti quiete con altre urlate, viscerali, devastanti. Il musicista non sa che “Teen Spirit” è, in realtà, il nome di un deodorante per ragazzi.

MTV lancia il video ed è un successo istantaneo. Sembra quasi che tutto il malessere della musica di Seattle sia stato raffinato e distillato per essere un successo mondiale. “Smells Like Teen Spirit” diventa l’inno di un’intera generazione, i Nirvana la band più famosa del decennio, Kurt Cobain il poeta involontario di un mondo di giovani che soffrono come lui.

“Nevermind”, un album perfetto (per il mercato)

Smells Like Teen Spirit” è solo il primo elemento indovinato di un intero album, “Nevermind”, che sembra fabbricato per ottenere un successo globale. Il bambino in piscina che nuota dietro a una banconota appesa a un amo è tra le copertine più iconiche della storia della musica. I tre singoli seguenti, “Come As You Are” (dove il riff è ispirato a “Eighties” dei Killing Joke), “Lithium" e “In Bloom”, sono un successo assicurato. Anche l’immagine della band è perfetta: tre ragazzi vestiti da liceali con uno stile che diverrà riconoscibile ovunque nel mondo. Karen Schoemer, storica giornalista musicale del New York Times, scrive all’uscita del disco: «Con "Nevermind" i Nirvana avranno sicuramente successo.»

L’album vende decine di migliaia di copie in poche settimane e supera, in trent’anni, i 20 milioni di dischi in tutto il mondo. Un successo annunciato, se lo guardiamo con la consapevolezza di oggi. Dentro “Nevermind” c’è tutto il gusto postmoderno della reinterpretazione dei classici. Dalle influenze di David Bowie a quelle di John Lennon nelle sezioni melodiche, dalle suggestioni alternative rock di Pixies, Sonic Youth e Rem fino ad arrivare al mainstream dei Boston. Krist Novoselic, il bassista dei Nirvana, definirà l’album: “pop con le chitarre pesanti”. Ma “Nevermind” è molto di più di questo, nel bene e nel male. È l’espressione di una sofferenza reale e percepibile che, però, non trovando via d’uscita, scivola in un nichilismo così innocuo da essere funzionale al potere. E al business.

Il grunge era funzionale all’America conservatrice

Per quanto sincero sia il sentimento che dà vita al grunge, l’America riesce facilmente a trasformarlo in un bene commerciabile. Come ha fatto notare il giornalista musicale Daniele Bova, la potenza del grunge finisce per naufragare nel nichilismo e nel rifiuto di una visione del futuro. «Non c’è nessun cambiamento, nessuna rivoluzione, nessun attivismo nel grunge, piuttosto la sensazione che tutte queste istanze siano ormai andate perse.» Il malessere autodistruttivo degli artisti di Seattle viene incanalato e trasformato in business attraverso canali come MTV che edulcorano e filtrano le istanze di quella sofferenza dirompente.

Il business del grunge diventa funzionale agli Stati Uniti conservatori usciti dal decennio di Ronald Reagan e ancora nel pieno della presidenza di George H. W. Bush che ha, da quasi un anno, attaccato l’Iraq. “Nevermind” riassume più di qualunque altro album dell’epoca questa dicotomia, questa contraddizione latente eppure evidente, tra contestazione e resa. Un rapporto di odio e di amore, infatti, lega la band alla loro creatura. Lo stesso Cobain, dopo essersi detto entusiasta del lavoro di produzione del disco fatto prima da Butch Vig e poi da Andy Wallace, definirà “Nevermind” imbarazzante: «somiglia più ai Motley Crue che a un disco punk.»

Questa contraddizione irrisolvibile finirà per schiacciare lo stesso Cobain nel suo ruolo di rockstar multimilionaria. Il musicista si suicida il 5 aprile 1994, meno di un anno dopo aver registrato “In utero”, terzo e ultimo disco dei Nirvana. La gioventù americana, colpita al cuore dalla perdita del suo idolo, attenderà altri quattro anni finché quel suo malessere inscatolato e venduto col grunge eromperà, proprio a Seattle, nelle grandi proteste No Global a cavallo dei due millenni.

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