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La dipendenza tecnologica sta strappando via i giovani dal mondo reale

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Il campetto di basket sotto casa di Tommaso è deserto. Con il lockdown è finito il tempo delle partite tra amici e delle corse a casa per fare i compiti. Adesso le giornate si dividono tra le lezioni in didattica a distanza la mattina e le partite a Fortnite il pomeriggio. Tanto da dimenticarsi di studiare e persino «dove vanno messe le ‘h’» nei compiti di italiano. Privati della scuola, dello sport e dei punti di socializzazione, con il lockdown i ragazzi sono le prede perfette per le dipendenze tecnologiche. Come Tommaso, 14 anni. Forse stufo di fare la lista delle cose che mancano, ha lasciato che il virtuale inghiottisse il reale.

La storia di Tommaso

«Durante il primo lockdown, come genitori ci eravamo posti la domanda se nostro figlio avesse una dipendenza da videogiochi. Durante la preparazione dell’esame di terza media si era persino scordato di dove andassero le ‘h’. Per questo, a settembre scorso, abbiamo deciso di prendere contatto con la cooperativa sociale Onlus Hikikomori», racconta Silvia, mamma di Tommaso. «Ci sentivano sguarniti. Non sapevamo come gestirlo, nonostante durante l’estate fosse andata meglio. Tutta la socialità spiccata che aveva, l’ha riversata sulla vita online». Tommaso era diventato irrequieto, a tratti aggressivo e iperattivo. «Ci siamo allarmati. Passava moltissimo tempo con il desiderio di giocare e non si dedicava adeguatamente allo studio. Fortunatamente la dipendenza è stata presa in tempo», spiega. «Questo secondo lockdown sta incidendo tantissimo sul fattore scuola: se continuiamo così, i nostri ragazzi non avranno più voglia di tornare a scuola. Siamo animali sociali, ma tornare in una scuola piena di regole è difficile. Non hanno più gli sport, non possono più vedere gli amici veri: dobbiamo chiederci che tipo di futuro immediato vogliamo dare a questi ragazzi».

Il lockdown e la dipendenza tecnologica

Secondo lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Lavenia di Di.Te, associazione nazionale dipendenze tecnologiche, durante il lockdown siamo diventati abusatori della tecnologia. «I ragazzi si svegliano al mattino e accendono il pc e il cellulare. Non avendo altro per socializzare, per incontrarsi con gli amici e per poter giocare sono sicuramente più iperconnessi. E l’iperconnessione aumenta il rischio di dipendendenze tecnologiche perché innesca una serie di meccanismi fisici che sono difficili da staccare. Basti pensare all’uso continuativo dei social che attivano un processo dopaminergico. Questo crea una sorta di dipendenza fisica». Lo stesso processo che si attiva nel gioco d’azzardo o con la cocaina. «Ogni volta che faccio un post o che mando un messaggio su WhatsApp sto in attesa e questo fa rilasciare al corpo dopamina, che dà luogo a un comportamento compulsivo. Contemporaneamente abbiamo il rilascio di endorfine secondo un meccanismo chiamato ‘della ricompensa’. Quando torneremo alla normalità, sarà difficile disattivare questi comportamenti compulsivi. E con la DAD, se prima parlavo con il compagno di banco, adesso invio il messaggio all’amico, aumentando il rischio di iperconnessione e il pericolo di disturbi dell’attenzione». Ma come distinguere uso e abuso? «È abuso quando mi rendo conto di non poterne fare a meno e che la mia vita si sta modificando. Se ho consapevolezza di perdere il controllo sto abusando. L’altro elemento è la fame della sostanza, il desiderio che ho di connettermi costantemente. Ma con il lockdown è difficile marcare la linea tra uso e abuso, perché si è perso una parte già importante delle nostre libertà». Il problema sarà quando torneremo alla vita di tutti i giorni. «Riusciremo a fare un detox tecnologico? O questa sarà la nuova normalità? I ragazzi dipendenti tecnologici sono tra il 5 e il 6% della popolazione adolescenziale, mentre gli Hikikomori sono adesso la normalità. Ma mi auguro che quando si tornerà a uscire questi ragazzi lascino le loro stanze, perché altrimenti avremmo a che fare con il disturbo del secolo».

L’aumento dei casi di isolamento

La cooperativa sociale Onlus Hikikomori ha registrato un aumento degli accessi durante il lockdown. «Segno che molti ragazzi stanno scivolando nel ritiro a causa della quarantena, isolandosi dai contatti che avevano in precedenza», spiega la sociologa Valentina Di Liberto. «Da quella che è la nostra esperienza, chi arriva in cooperativa presenta già profili di rischio per quanto riguarda le dipendenze digitali: quando è online per le lezioni, rimane connesso in contemporanea con qualche altra piattaforma. Stando a casa non c’è un controllo da parte degli insegnanti. Molte volte i ragazzi non riescono a disconnettersi nelle fasce dedicate alle lezioni. E il lockdown sta facilitando lo scivolamento verso comportamenti maladattivi». Non avendo la routine giornaliera di prima che costringeva a confrontarsi con il mondo esterno attivando delle risorse ben precise, si scivola verso l’isolamento o l’alienazione. «Anche la gestione del tempo è messa a rischio: è saltata la possibilità di vedere gli amici o fare sport e tutto si è spostato online, che ha assorbito il resto. I ragazzi fanno fatica a staccarsi dall’online. Ma il problema non è mai Internet o il videogioco: il problema è il disagio che si struttura dentro il ragazzo».

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