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La battaglia di Italo Calvino contro la speculazione edilizia

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La speculazione edilizia in Italia ha conosciuto il periodo di massima espansione in corrispondenza con il boom economico, come ci racconta Italo Calvino. Una pratica che, insieme all’abusivismo, ha fortemente cambiato i connotati di grandi metropoli e di molte cittadine italiane.

Di quale speculazione edilizia parla Calvino?

Italo Calvino scrive il suo romanzo breve La speculazione edilizia nel 1961 ambientando le vicende di Quinto Anfossi nella Liguria degli anni Cinquanta: una Liguria mai esplicitamente descritta, (non) chiamata *** da Calvino, ma che si riconosce in quanto una delle terre che, più di tutte, è stata investita da un fenomeno che sopravvive ancora nel Paese. Dalla rapallizzazione del primo dopoguerra ai palazzinari di Roma oggi, l’Italia è paese di speculazioni, ma anche di chi, con la penna o i fatti, le condanna. La città ligure di Rapallo si è resa tristemente nota nella storia per il termine di cui sopra. Una parola che è entrata nel lessico del tempo, perché quanto fatto nel paese della Riviera, a pochi chilometri da Portofino, ha testimoniato più di tutti il fenomeno descritto da Calvino nel suo romanzo. Un romanzo che mette il protagonista, Quinto, di fronte all’ineluttabile destino degli affaristi nel tempo del boom: abbandonata la morale e l’impegno intellettuale, Quinto si mette in società con un costruttore locale, entrando nella girandola di permessi e condoni che ha rovinato la paesaggistica ligureUna speculazione che ancora oggi si paga a caro prezzo, quando dal mare o dal cielo, l’acqua prova a riprendersi il terreno che il cemento le ha tolto. Una parziale spiegazione, ma molto importante, del perché attualmente la Liguria paga a così caro prezzo i problemi legati al maltempo (l’eco di questa piaga, arriva sino a Venezia allagata).

La speculazione edilizia nell’Italia di oggi

Solo Torino si dimostra città virtuosa, che risparmia addirittura sette ettari di territorio. Si tratta, comunque, di un caso isolato.


Gli ettari di verde spariti

  • 57 a Roma
  • 33 a Verona
  • 25 a Olbia
  • 23 a Foggia
  • 11 a Milano

Dati che in buona parte tracciano il solco della continuità, per quanto riguarda la speculazione edilizia nel nostro paese. Uno Stato che ha avuto leggi storiche, come il condono della Berlusconi-Radice del ‘94 o della Berlusconi-Lunardi nel ‘03: un omaggio al passato a cui neppure Matteo Salvini è riuscito a fare meno: il decreto Sblocca-cantieri e il condono 2019 ne sono stati la prova più audace. La situazione più tragica, comunque, è a Roma.

La speculazione e l’abusivismo a Roma

Roma è la città che ha mangiato più spazio nel 2018 (dati Ispra), inghiottendo nel cemento 75 ettari di terreno, di cui 57 di verde. La stessa Capitale che, storicamente, convive con tre figure di potere: il Comune, lo Stato e i palazzinari. Sì, l’immagine è celebre, quasi folkloristica, ma esiste ancora. Se si mette a confronto una mappa di Roma oggi con quella pronosticata dal piano regolatore approvato nel 2008 (a quarant’anni dal precedente), c’è poco che combaci. Ci sono, invece, faldoni di cambiamenti, variazioni, aggiustamenti, che sottolineano quanto sia complicata la progettualità nella CapitaleLo sa anche l’attuale amministrazione, per quanto sfrutti l’arma del condono edilizio per far rifiatare le casse cittadine. Lo sapeva, però, anche Claudio Cianca, deputato e partigiano antifascista che, nel Dopoguerra, ha provato a contrastare l’abusivismo nella città millenaria: nel 1956, ad esempio, si batté per fermare la costruzione dell’Hilton Hotel in zona Monte Mario. L’edificio avrebbe ridotto di due terzi il verde alle pendici del colle, così, per quanto fosse stato invitato a “non parlare” il giorno dell’approvazione del piano, Cianca trovò il favore degli stessi lavoratori, ai quali ricordò: «La società generale immobiliare paga bene l’approvazione di queste deliberazioni».

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