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José Saramago scriveva così perché voleva arrivare anche a te

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Se scrivete su Google “Saramago” tra i primi risultati vedrete comparire la domanda: “Perché Saramago scrive così?”. Non è dato sapere se chi ha posto per primo tale quesito lo abbia fatto con il desiderio di imitare lo scrittore o se ci sia genuina curiosità, o addirittura risentimento, dietro questo interrogativo. Magari il mondo è pieno di persone che ancora oggi non capiscono Saramago e non si capacitano del suo successo, tanto da cercare una spiegazione. Eppure José Saramago ha provato a farsi comprendere in tutti i modi e, anche solo per questo, si merita il posto che ha nella storia della letteratura.

L’autore si spiega a chi non lo capisce

Non è così scontato che esistano altri scrittori Premi Nobel in grado di dare alle stampe un libro come "L’autore si spiega", una raccolta di sue riflessioni cui il titolo italiano non fa che mettere in evidenza la sana umiltà dell’autore. Saramago non è mai stato un intellettuale lontano, non ha mai avuto la spocchia di dire che il suo lavoro era troppo alto per essere compreso da tutti. Parte della critica, instradata da lui stesso, ha parlato dei suoi romanzi come di “saggi con personaggi” in quanto Saramago utilizzava la fiction sempre come scusa per far arrivare a più persone possibili temi importanti, difficili da far entrare nelle conversazioni quotidiane al bar o in piazza.

Ha cercato, anche in quegli ultimi scritti raccolti ne "L’ultimo quaderno" di non staccarsi mai dalla realtà ma di studiarla in maniera umile, cercando di capire senza pregiudizi cosa accadesse attorno a lui. Non smise mai di imparare e rifiutò sempre di considerarsi alla stregua di un vecchio saggio. Fu fino all’ultimo un apprendista, aperto alla comprensione di un universo che comunque gli piaceva sempre meno.

Un maestro non dimentica ma vive nel presente

Si definiva “un animale della terra come qualsiasi essere umano, con qualità e difetti, con errori e conquiste”. Tutto ciò che pareva interessargli era ricordare, mantenere la memoria anche di ciò di cui gli sembrava complicato parlare, come la letteratura o la musica. Quello di cui voleva conversare era la vita sua e di chi gli stava intorno, pur senza dimenticare che, anche nei libri, in fondo non c’è che il racconto dell’esistenza e che il desiderio recondito di ogni scrittore rimane sempre quello di fare della letteratura vita vera.

Anche Saramago voleva rincorrere questa chimera ma era il primo a avanzare l'ipotesi che un giorno la sua vena creativa si sarebbe esaurita. Credeva che sarebbe arrivato un momento in cui non avrebbe più avuto nulla da dire. Allora qualcuno lo avrebbe fermato, prima che dalle sue pagine scomparisse anche l’ultimo goccio di vita e di realtà. Questo almeno era ciò che si augurava. Non è tuttavia difficile intuire perché nessuno impedì mai a Saramago di scrivere anche solo una riga fino all'ultimo dei suoi giorni: José fu in grado di vivere nel suo tempo fino alla fine, trovando spunti per formulare ipotesi interessanti durante tutta la sua lunga esistenza. Era in grado di capire il suo tempo e intuire il futuro nonostante amasse il passato e la storia e riteneva che uno scrittore avesse come dovere primario il confronto con i problemi del periodo storico in cui viveva.

Dialogare (insieme) fino alla fine

Per capire meglio ciò che accadeva attorno a lui, Saramago aveva cercato con coraggio il dialogo, sfruttando i nuovi strumenti che gli offriva la rivoluzione tecnologica in atto. A quasi novanta anni aprì un blog dove scriveva di tutto, analizzando con freschezza e lucidità sorprendenti temi diversi: dagli Indios ai centri commerciali. Tutto veniva abilmente filtrato dalla sua visione perché dentro ogni parola scritta, dietro ogni libro c’era sempre almeno una persona: chi scriveva.

L’autore è un’entità in grado di scindersi in un'eco di voci congiunte, i personaggi, al punto da rendere labili i confini tra chi crea i protagonisti della vicenda e questi ultimi. Per questo, nel suo storico discorso fatto dopo aver ricevuto il Nobel, Saramago chiese perdono perché sentiva “di non avere altra voce se non quella dei protagonisti dei suoi libri”. Nessuno quel giorno gliene fece una colpa. Di fronte all’Accademia svedese che gli conferiva il premio per la letteratura, Saramago ebbe il coraggio di omaggiare l’uomo più saggio che avesse mai conosciuto, l’unico che non avrebbe mai letto una sola riga della sua opera per cui tanto veniva omaggiato: suo nonno, completamente analfabeta. Cresciuto in un ambiente povero, il fresco Premio Nobel, voleva così dimostrare che non si era scordato, nemmeno in quel momento di gloria, quanto fosse importante non lasciare niente e nessuno indietro.

Saramago voleva capire e farsi capire universalmente. La vecchia civiltà stava già lasciando il passo a una più individualista che non gli piaceva ma non per questo smise di combattere per rendere il mondo in cui stava vivendo meno accogliente. Perché, in fondo, “tutto è destinato a morire, ma ci sono persone che, fintanto che vivono, devono provare a costruire la propria felicità”. Magari non ci riusciranno ma, come insegna José Saramago, è sempre meglio essere sconfitti con dignità che accettare passivamente una tristezza ammantata di solitudine.

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