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I giovani restano dai genitori perché il diritto alla casa è negato

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Il diritto alla casa resta ancora un diritto mancato per troppi giovani, che si vedono costretti ad abitare con i genitori. Ma non chiamateli bamboccioni, sono i nuovi poveri, come certifica l'ISTAT. Sono 1,2 milioni i giovani (18-34) in povertà assoluta oggi in Italia, l'11,6% contro una media nazionale del 5,6%, con la garanzia pubblica fino all’80% del mutuo e la cancellazione delle imposte di registro, ipotecarie e catastali. Una misura necessaria, secondo il premier Mario Draghi, perché «i giovani hanno bisogno di una casa, di un lavoro sicuro». L’inizio di un nuovo welfare per l’abitare?

Come cambia il diritto alla casa

Gentrificazione, turistificazione e distribuzione asimmetrica della proprietà: da Nord a Sud il diritto alla casa per i giovani è soppiantato dal diritto alla rendita. Tra gli esempi più clamorosi di questo processo c’è Napoli, che ha visto, più di nove anni fa, la nascita di Campagna per l’abitare, frutto dell’unione di più energie sociali. «Napoli vive una situazione di emergenza abitativa, con una platea stimata sopra le 100mila persone», racconta a VD Alfonso De Vito di Campagna per l’abitare. «D’altro lato, c’è una grande concentrazione immobiliare. Sono forme di accumulazione: ci sono oltre 5mila persone che hanno dai 3 appartamenti in su. È una città molto divisa. Bisognerebbe ridimensionare le locazioni, sostenere gli inquilini, non i proprietari. Perché il diritto all’abitare per i giovani è un diritto disatteso. Basti pensare a quanti vivono ancora con i loro genitori. Si fa fatica a mettere su famiglia, per non parlare di chi si muove singolarmente. Chi è single non è proprio contemplato nelle politiche giovanili per l’abitare».

Allo sportello della Campagna per l’abitare si rivolgono molti giovani. Ma non sempre è facile aiutarli, perché «le misure a sostegno si rivolgono quasi esclusivamente alle famiglie». «Da noi è venuto anche un ragazzo che dormiva alla stazione, ma abbiamo trovato solo soluzioni temporanee per lui. L’emergenza abitativa dei giovani viene spesso occultata, soprattutto al Sud perché c’è la disponibilità dei giovani e delle coppie di continuare a vivere con i genitori. Senza contare che Napoli ha un tasso di disoccupazione molto alto. Tanti lavorano in nero o in grigio». Una situazione peggiorata dalla pandemia. A chiedere aiuto, giovani donne single con figli. Come Maria, sfrattata dal giorno alla notte da una struttura del Comune, dismessa a causa della situazione di deficit vissuta dal capoluogo campano. Maria è separata con due figli piccolissimi: si è guardata intorno e ha visto solo terra bruciata. Sola in una città che sottrae spazi, si è trovata costretta ad andare a vivere dai nonni. E ha chiesto ad Alfonso di trovarle un’alternativa, perché rischia di perdere anche l’affidamento dei figli. «Vivono in un ambiente molto angusto e questo non gioca a suo favore davanti al giudice». E così i nuclei familiari diventano enormi, «perché ci si arrangia, e alla fine si vive in condizioni di disagio abitativo reale».

Il sogno di una casa tutta per sé

Secondo i dati Istat, vivono con i genitori il 67,9% dei maschi e il 56,4% delle femmine tra i 18 e i 34 anni. «Sono tra i valori più alti al mondo», fa sapere a VD Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo. «Se vent’anni fa quasi il 50% di chi viveva con i genitori diceva “sto bene così, ho la mia libertà”, ora è solo il 20% che rimane per scelta, mentre la grande maggioranza ha difficoltà ad ottenere un reddito adeguato e continuativo per accedere ad una casa e sostenere le spese quotidiane». Si resta, quindi, a casa con i genitori per «l’impossibilità di essere autonomi», come sottolinea a VD il sociologo Nicola Ferrigni. «Nel passato l’uscita di casa era una tappa lineare, c’era un supporto di welfare adeguato: c’erano case con cooperative, i mutui venivano concessi con una certa elasticità». E, soprattutto, «non esistevano forme di lavoro con tante tipologie contrattuali che non hanno avuto poi quel seguito parallelo del supporto finanziario da parte delle banche».

Un dislivello, dunque, difficile da colmare. In poche parole, dice Rosina, «quello dell’autonomia abitativa, in stretta relazione con quello del lavoro dignitoso, è un diritto troppo spesso disatteso nel nostro Paese». «È uno dei freni maggiori ad un accesso pieno e solido alla vita adulta». E se il decreto Sostegni bis aveva per un momento fatto sperare nell’attivazione di politiche giovanili concrete, in realtà appare fuori focus rispetto alle esigenze degli under 36. Per Ferrigni «difficilmente un giovane vorrebbe oggi la stessa professione per tutta la vita: il lavoro è cambiato, non solo nelle sue tipologie contrattuali, ma anche di espressione. È una questione culturale e sociale». Questo si traduce in una maggiore mobilità non solo del mercato del lavoro ma anche delle persone. «L’acquisto della casa presuppone una permanenza che non appartiene più al nostro vivere. Sarebbe stato utile piuttosto regolamentare il mercato degli affitti, con agevolazioni per chi fornisce un canone mensile inferiore al giovane». Non solo. «Andrebbero favorite forme di cohousing e strutture di housing sociale, con attenzione alle nuove e mutabili esigenze delle nuove generazioni: in termini di benessere relazionale, di necessità adattive rispetto alla fase della vita attraversata e di condizione lavorativa, di sperimentazione di autonomia», aggiunge Rosina.

Una generazione tra due crisi economiche

Insomma, il decreto ha finito per guardare al futuro con occhiali vecchi. A essere penalizzati, ancora una volta, sono loro, i ‘bamboccioni’, schiacciati da due crisi economiche e dalla povertà generazionale. «I dati dell’indagine condotta dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, a novembre 2020 evidenziano un peggioramento della condizione economica generale dei giovani e un aumento della dipendenza economica dai genitori», dice Rosina. E così, l’unico vero welfare di sostegno rimane la famiglia, profondamente messa in crisi dalla pandemia, e l’antica arte dell’arrangiarsi, che inghiotte tanti giovani nelle maglie del mercato nero. «I giovani vivono in una condizione di doppia povertà, esacerbata dal Covid: quella della famiglia e quella sulla propria persona», dice Ferrigni. «Tanto che l’asticella dei 36 anni, fissata dal decreto rappresenta un tetto troppo basso. Avrei alzato la soglia almeno a quarant’anni: i quarantenni di oggi sono in grave difficoltà e spesso vivono ancora con i genitori».

La soluzione all’emergenza abitativa dei giovani non può dunque provenire solo dalle misure adottate dal decreto Sostegni bis. «Il governo ragiona principalmente in forma di sostegno al mercato immobiliare, ma quello che servirebbe è una nuova norma sull’equo canone», fa notare De Vito. «I redditi medi delle persone sono calati e sono sostenuti da sussidi temporanei, se non si vuole il disastro bisogna abbassare per norma il mercato degli affitti. La multiproprietà immobiliare infatti resiste alla crisi del Covid anche a costo di tenere le case vuote per un certo tempo. Insomma ci sono case vuote e gente in mezzo alla strada: viviamo in un Paese dove il diritto alla casa è stato demolito».

In Italia il diritto alla casa è un'utopia?
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