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I figli delle famiglie arcobaleno sono diventati adulti senza diritti

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Dopo il ritorno delle diciture “genitore 1” e “genitore 2” - che ricompariranno sulle carte d’identità degli under 14 - le famiglie arcobaleno accolgono un’altra buona notizia. Con una sentenza che può essere definita storica, infatti, la Corte d’Appello di Milano ha condannato l’Inps a pagare la pensione di reversibilità a un bambino di circa 10 anni, figlio di due padri sposatisi negli Stati Uniti nel 2013, nato con gestazione di supporto negli States. Una sentenza che riconosce finalmente gli stessi diritti ai figli di coppie etero e figli di coppie omosessuali. Da oggi il piccolo potrà godere della pensione di reversibilità del genitore prematuramente scomparso. Ma la situazione dei figli delle famiglie arcobaleno è ancora difficile, come ci ha raccontato Marta, che si è dovuta trasferire in Germania per costruirsi una famiglia.

Diritti dei figli delle famiglie arcobaleno: a che punto siamo?

I dati Istat sulle coppie omosessuali con figli risalgono al 2011: dieci anni fa si contavano 529 coppie lgbt con figli in Italia. Oggi i dati disponibili sull'omogenitorialità sono senza dubbio riduttivi rispetto alla reale diffusione. Sulle differenze tra i vari stati europei nel riconoscimento dei diritti dei figli di coppie omosessuali abbiamo intervistato Marta, italiana da tempo residente all’estero. Marta viveva a Marsiglia con sua moglie, Ilona, quando hanno deciso di avere un figlio. «In Francia c’è sostanzialmente la stessa situazione che c’è in Italia», ci spiega. «Lì una coppia di donne non può avere accesso alla fecondazione assistita, quindi non avremmo potuto fare lì l’inseminazione artificiale. Dovevamo scegliere in quale stato dell’Europa andare per la fecondazione assistita e abbiamo scelto la Danimarca, dove c’era la possibilità di scegliere donatori aperti andando alla banca del seme. Vuol dire che il donatore accetta che il bambino possa contattarlo quando ha la maggiore età e per noi è importante che Milo possa avere in futuro la possibilità di contattare questa persona».

L’iter faticoso e dispendioso

«Ho perso il lavoro che avevo», spiega Marta. «Non era possibile continuare ad andare in Danimarca prendendo ferie. Abbiamo dovuto fare tre tentativi, al terzo sono rimasta incinta. Anche a livello economico è stato un grande sacrificio, tutto costa moltissimo e nulla viene rimborsato». Milo oggi ha più di due anni, «è un bimbo pieno di energie, timido e testardo, gli piace stare con noi, ballare, cantare. Siamo orgogliose di come sta crescendo». Il piccolo è nato in Germania: «Abbiamo capito che Marsiglia non era il posto giusto per farlo crescere. La mia ginecologa faceva osservazioni non gradevoli, tra le altre cose. Così ci siamo trasferite ad Amburgo». Quando è nato Milo era – burocraticamente – figlio della sola madre biologica, di Marta. «La pratica che bisogna – purtroppo – seguire è la stepchild adoption», spiega Marta. «In Germania c’è una proposta di legge da oltre un anno e mezzo, riguarda il riconoscimento automatico delle due madri alla nascita. Ma non credo passerà, purtroppo, almeno non subito. Anche in Italia l’associazione Famiglie Arcobaleno la richiede. Comunque, la stepchild resta l’unica opzione al momento. Per me è stata una sofferenza il fatto che Ilona chiedesse l’adozione, l’ho trovata una pratica discriminatoria. Siamo andate dal notaio, poi abbiamo ricevuto un plico e Ilona avrebbe dovuto scrivere una lettera per raccontarsi nel dettaglio: vita, amici, studi. E spiegare le ragione per le quali voleva adottare. Abbiamo rispedito la lettera scrivendo solo: ‘Sono già la madre di questo bambino, l’ho tenuto in braccio appena nato, è anche mio figlio'». In Germania si sta facendo largo il movimento #noadoption. «Per un secondo bambino probabilmente eviteremo la stepchild adoption», spiega Marta. «Affronteremo ricorsi e processi, ma questa cosa dell’adozione è inaccettabile».  Dopo la stringatissima lettera inviata da Ilona, arriva l’assistente sociale a casa per quella che sembra una formalità. Ad Amburgo raramente una pratica di stepchild adoption viene rigettata. Ma nel caso di Marta e Ilona l’assistente diventa scomoda, resta tre ore a casa, è supponente, fa battutine non gradite: «Il prossimo lo porta lei, è sempre così tra le lesbiche», dice rivolgendosi a Ilona. «Era morbosità discriminante», commenta Marta. Superato anche l’ostacolo assistente sociale, Milo diventa a tutti gli effetti figlio di Ilona e Marta. Ora ha due mamme: «Chiama me ‘mammà’ e Ilona ‘mami’, poi ci chiamerà come vuole. Ora ha tutti i diritti di qualunque altro bimbo». E se viveste in Italia? «Probabilmente non avremmo potuto, lei non sarebbe mai diventata madre legale di Milo». 

La famiglia “tradizionale”

A chi parla di famiglia “tradizionale” o “naturale”, chiedo a Marta, cosa bisogna spiegare? «Non ho molto da dire. Prima passavo tempo a discutere, ora basta. Le nostre famiglie esistono, da tanto anche, e per esistere hanno dovuto affrontare anche una serie di prove. Non dovevo spendere tutti quei soldi, licenziarmi, pagare un notaio, tribunale, assistente sociale. Non le dovevo fare. Le nostre famiglie esistono nonostante queste difficoltà inutili. Quindi basta, non ha alcun senso. Ci potevano essere dubbi anni e anni fa, ora no. Ci sono tanti modi di essere famiglia, attaccarsi a questa pseudo tradizione ha stancato. I figli delle famiglie omoparentali ormai sono adulti, non c’è nulla da discutere. Ci è capitata una mamma fuori dal nido che ha spalancato gli occhi: “Come è possibile?”. A queste persone racconto volentieri come lottiamo, vedo che c’è ignoranza ma bontà d’animo. A quelli che giocano sulla tua pelle, invece, beh: a quelli non ho nulla da dire».

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