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Quanto servirebbe agli studenti italiani un po' di educazione LGBT

Iniziò la Scozia due anni fa, con il Ministro dell’Istruzione John Swinney che parlò di inserire nei programmi scolastici materie dedicate all’inclusione e alla storia del movimento LGBT: «La Scozia è già considerata come una delle nazioni più progressiste in materia di diritti Lgbt. È dunque un piacere per noi annunciare che il nostro sarà il primo paese al mondo a introdurre nelle scuole un programma specifico di educazione all’inclusione». Il governo scozzese iniziò, così, una piccola rivoluzione seguendo le indicazioni di un’organizzazione impegnata nell’inclusività: Time for Integration. Oggi, dopo due anni, l’Inghilterra fa lo stesso.

La cultura LGBT a scuola in Inghilterra e Scozia

«Il nostro sistema ha il dovere di consentire a ciascuno di raggiungere il massimo del proprio potenziale. È per questo che il programma deve presentare lo stesso livello di diversità che è presente nei giovani che studiano nelle nostre scuole» aggiunse John Swinney nel 2018. Nel programma di istruzione (che entrerà in vigore per il 2021) furono inseriti: Storia dei diritti LGBT, educazione all’inclusività e campagne contro l’omotransfobia. La risposta del governo scozzese giunse in un momento chiave per la nazione, lo studio del 2017 parlava chiaro: il 90% dei giovani lgbt scozzesi aveva subìto bullismo a scuola, il 40% era stato vittima di un crimine di odio nell’anno precedente e solo il 30% di loro si fidava abbastanza delle autorità per denunciarlo. Da allora molti passi avanti sono stati fatti: «Oggi nelle nostre scuole c’è più tolleranza, comprensione, apertura» ha commentato nel 2020 l’insegnante e rappresentante dell’EIS David Farmer ricordando i venti anni dall’abolizione della Sezione 28 (che, tra il 1988 e il 2000, aveva proibito agli insegnanti di parlare di omosessualità in classe). Un altro studio, realizzato dall’associazione Stonewall e l'UNESCO, mostra l’Inghilterra in una situazione simile alla Scozia del 2018: il bullismo omofobo è una delle forme di bullismo più diffuse in UK, riguarda la metà dei giovani LGBT e può portare all'abbandono scolastico nel 40% dei casi, all'autolesionismo nell'84% e a tentativi di suicidio nel 40%. Già dal 2019, per migliorare la situazione, il ministro Damian Hinds del governo di Theresa May aveva provato a inserire in alcune scuole il No Outsiders Programme, ispirato all’Equality Act del 2010: un ciclo di lezioni per spiegare ai giovani il mondo LGBT e la tolleranza. Era scoppiato un caso e numerose famiglie di Birmingham di religione musulmana avevano ritirato i propri figli da scuola. Ma i sondaggi tenutisi in questi anni hanno dimostrato che la maggioranza degli inglesi è a favore dell’educazione LGBT a scuola. Per il 2020/21 questa materia entra nelle linee guide del Ministero dell’Istruzione, gli istituti dovranno organizzare e integrare nel programma ore obbligatorie in cui parlare del mondo LGBT e sensibilizzare gli studenti verso la tolleranza e l’inclusività.

Dall’educazione sessuale a quella LGBT: cosa manca all’Italia

Colpisce l’assenza, nelle scuole italiane, anche della semplice educazione sessuale, un’assenza che è collegata a doppio filo alla questione LGBT. «Nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea è materia obbligatoria» ci dice Policies for sexuality education dell’UE. In Germania dal 1968, in Danimarca, Finlandia e Austria dal 1970, in Francia dal 1998 e così via, non lo è solo in Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Italia. Conseguenze? Due terzi dei nostri giovani non conoscono le malattie veneree e pochissimi usano il preservativo. Eppure il 71%, dei 780 studenti delle scuole di Milano, intervistato da Laboratorio Adolescenza e Canale Scuola quest’anno, ha dichiarato di voler parlare in classe proprio di educazione sessuale e identità di genere. Ma tanti genitori italiani sono spaventati: l’educazione sessuale potrebbe portare gli studenti a parlare di omosessualità e questioni di genere a scuola. Sarebbe la vittoria della “dittatura del gender”.

I movimenti contrari all’educazione sessuale ed LGBT

La reazione contro l’educazione sessuale e, più ancora, LGBT, nutrita dal complottismo della teoria del gender, risale a molti anni fa ma iniziò a coagularsi nel 2015, quando fu presentato il ddl Fedeli, che avrebbe introdotto queste materie negli istituti. Nacque quell’anno, in seno al popolo del family day, l’iniziativa No gender nelle scuole supportata da associazioni come ProVita Onlus (impegnata anche in questi mesi contro la legge sull’omotransfobia), AGe, Genitori Scuole Cattoliche (AGeSC), Movimento per la Vita e Giuristi per la Vita. Sorvolando sull’evidente confusione del nome (le scuole no gender, o gender free, sono proprio quelle che, come Egalia in Svezia, attuano politiche inclusive e progressiste sulla questione LGBT), l’iniziativa inoltrò una petizione alle autorità dello stato italiano (Ministro dell’Istruzione, Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio) che recitava: «Sempre più diffusa è la consapevolezza che ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza educativa, in particolare per quanto riguarda le tematiche dell’affettività e della sessualità. Molti hanno già reagito contro la subdola introduzione della teoria del gender nelle scuole di ogni ordine e grado (fin dagli asili nido). Tuttavia, anche quando non si arriva a questo punto, in molti casi l’educazione sessuale è priva di riferimenti morali, discrimina la famiglia, e mira ad una sessualizzazione precoce dei ragazzi». Sempre nel 2015 il Sinodo dei vescovi deliberò, sulla stessa linea, che l’ideologia gender svuota di valori la famiglia. Sulla scorta, quindi, di pressioni come queste, il Miur ha continuato per anni a rifiutare l’introduzione dell’educazione sessuale, come rivelato dall’Istituto di Sessuologia Clinica, che si occupa di prestare le proprie consulenze alle scuole che le richiedono.

Perché in Italia serve l’educazione LGBT a scuola

Le iniziative a sostegno di questo passo esistono già da qualche anno, e procedono di pari passo con le reazioni avverse di gruppi conservatori. Nel 2017 il Comune di Roma, l’Unar e la facoltà di Psicologia della Sapienza avevano iniziato un ciclo di aggiornamenti sull’inclusività nella capitale suscitando, subito, non solo le reazioni delle organizzazioni come Articolo 26 e ProVita, ma anche degli insegnanti coinvolti e di quotidiani nazionali come La Verità che parlarono di “indottrinamento gender”. Ma l’introduzione di studi di genere e dell’educazione sessuale nelle nostre scuole potrebbe portare benefici ai ragazzi, come sostiene l’UNESCO. Due sono gli aspetti che sia le Nazioni Unite che organizzazioni come Amnesty International sottolineano quando propongono l’inserimento di programmi LGBT nelle scuole: da un lato il contrasto al bullismo e ai pregiudizi per favorire l’integrazione, dall’altro il supporto all’accettazione e alla consapevolezza di sé dei giovani che scoprono di essere omosessuali. Gli studi sul bullismo omofobico in Italia risalgono al 2010 ma, già allora, i numeri preoccupavano: l’81% degli studenti LGBT aveva subito frequenti aggressioni verbali, il 38% minacce di violenza, il 16% molestie sessuali, il 15% aggressioni fisiche e il 6% aggressioni con un’arma. Amnesty International ha sviluppato un programma che permette alle scuole di aderire a forme di insegnamento inclusive per contrastare il bullismo omofobico e aiutare i giovani non eterosessuale nel loro percorso verso la consapevolezza. Gli studenti LGBT sono il 5-10% della popolazione scolastica, circa due per ogni classe, e nella maggior parte dei casi scoprono il proprio orientamento sessuale proprio nel difficile periodo dell’adolescenza. Ora come ora sono lasciati a se stessi, in balia di una società che ha difficoltà ad ascoltarli e, ancora di più, ad accettarli. Per ognuno di loro la scuola potrebbe diventare un luogo di crescita e inclusione, non più di paura e rifiuto.

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