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Fare figli ci rende più poveri?

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Sempre meno italiani, sempre più vecchi e poveri. L’invecchiamento della popolazione è uno degli effetti della denatalità, fenomeno che in Italia è in fase acuta. Nel 2013, ad esempio, la popolazione totale residente in Italia era di 60,3 milioni. A fine 2020 eravamo meno di 59,3 milioni, segnando una contrazione dell’1,8% rispetto a sette anni prima. C’è, però, anche un altro dato che racconta come sta cambiando il Paese. L’Italia è infatti il primo Paese al mondo in cui gli under 15 sono diventati meno degli over 65. Ma in che modo la denatalità impatta su un Paese? VD ne ha parlato con Alessandro Rosina, professore di Demografia all’Università Cattolica di Milano e autore del libro "Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere" (Vita e Pensiero).

VD: Il nostro è stato il primo al mondo in cui gli under 15 sono diventati di meno degli over 65. Come è accaduto e qual è la conseguenza diretta?

AR: Il sorpasso ci fu nella prima metà degli anni ‘90. Il dato che va sottolineato è che però entro il 2050 gli over 65 saranno tre volte gli under 15. Gli squilibri si stanno accentuando. La conseguenza di questo divario è il processo che io chiamo di degiovanimento, di riduzione progressiva delle nuove generazioni. Sono quelle generazioni che adesso stanno entrando nella vita attiva del Paese e si ritrovano circondati da una popolazione in cui cresce la fascia di anziani, quella che assorbe enormi risorse. Questi squilibri depotenziano la crescita economica e rendono sbilanciato il sistema di welfare.

VD: L’Italia nel decennio scorso è stata fra i peggiori paesi in Europa per divario figli desiderati/realizzati. Lei crede che questo desiderio ci sia ancora fra i giovani italiani?

AR: Se confrontiamo i dati italiani con quelli degli altri paesi rispetto al numero di figli desiderati non c’è grande differenza, siamo intorno ai due. La differenza sostanziale tra i paesi è nel numero di figli effettivamente realizzato, e qui il tasso italiano è inferiore ad altri paesi come Svezia, Francia, Germania, Regno Unito. Non è che noi desideriamo meno figli, ma la fecondità è più bassa. E sulla fecondità incidono politiche efficaci - qui carenti - che consentono a chi desidera un figlio di realizzarlo.

VD: Alcuni gruppi giovanili definiscono però i nuovi nati come “primaria fonte di inquinamento”. Un movimento è sorto intorno alla sigla GINK: “Green inclination, no kids”. Tutela climatica e risalita demografica sono concetti in contraddizione?

AR: Dobbiamo premettere che la maggioranza di paesi nel mondo ha una fecondità inferiore a due figli per donne. La popolazione mondiale rallenta e nella seconda metà del secolo andrà a stabilizzarsi. Paesi come l’Italia non possono tornare a crescere dal punto di vista quantitativo e sono in continua diminuzione dal 2015. Però se la fecondità è poco sotto i 2 figli per donna la popolazione non cresce ma non produce gli squilibri demografici ai quali invece stiamo assistendo. Quando, come in Italia, il numero medio di figli per donna è molto basso (sotto 1,5) si producono invece squilibri che vincolano anche le risorse che alimentano lo sviluppo sostenibile e consentono di investire sulle nuove generazioni.

I Paesi che producono squilibrio demografico hanno meno risorse per lo sviluppo sostenibile e i giovani di questi Paesi andranno in altri territori dove non sono considerati soggetti che inquinano ma risorsa principale per salvare il pianeta e crescere meglio. Nel mondo occidentale sarà sempre più così. Diversa è la situazione in altre aree (come l’Africa subsahariana) che sarà il territorio che alimenterà la crescita demografica del pianeta.

VD: Il proletariato (inteso come classe sociale che può contare solo sulla prole come ricchezza) non esiste più?

AR: La prole è sempre meno considerata una ricchezza. Per la carenza di politiche familiari avere un figlio è oggi diventato uno dei maggiori fattori di impoverimento delle famiglie. E per questo la scelta di avere figli viene lasciata in sospeso e spesso rinviata o abbandonata. Bisogna fare in modo che le coppie tornino a vedere in modo positivo il futuro. Il recupero della natalità diventerà l’indicatore maggiore per capire quanto un Paese crede nel proprio futuro.

VD: La crisi demografica che riguarda gran parte del mondo occidentale è ineluttabile?

AR: No. Ci sono paesi come la Svezia che, alla fine degli anni 90, era scesa a 1,5 figli per donna e, investendo in politiche familiari solide, conciliazione tra lavoro e famiglia e opportunità di lavoro per i giovani ha consentito che la scelta di avere figli potesse essere presa senza dover rinunciare a qualcosa. Ora sono vicini al tasso di due figli per donna. La Germania prima del 2008 era sotto al livello in cui si trova ora l’Italia, adesso è sopra la media europea. La popolazione non cresce più ma ci sono politiche che possono quantomeno arginare gli squilibri demografici che poi diventano vincolanti per le nuove generazioni.

Serve un sistema integrato di misure. L’assegno unico, appena approvato in Italia, c’era già in tutti i paesi che hanno recuperato la natalità. È stato già dimostrato che dove mancano i servizi per l’infanzia c’è più bassa occupazione femminile e meno fecondità. Non bastano misure per i figli e di conciliazione lavoro-famiglia, sono necessarie politiche attive per il lavoro e investimenti per la valorizzazione del capitale umano delle nuove generazioni.

VD: Se dovesse consigliare un’altra misura concreta che possa favorire la natalità, oltre l’assegno unico, cosa consiglierebbe?

AR: Servizi per l’infanzia e il congedo di paternità, perché c’è bisogno di portare equilibrio nelle coppie stesse, occorre un cambiamento culturale. Se c’è più impegno femminile nel mondo del lavoro bisogna condividere la cura familiare domestica con i padri. E per fare questo occorre dare strumenti condivisi come fa la Svezia. Un congedo di paternità esteso consente anche ai figli di avere la presenza di entrambi i genitori, ai padri di sviluppare attaccamento e una migliore relazione familiare e al nucleo familiare di poter contare su più redditi. Spagna e Svezia stanno facendo convergere i due congedi (padri e madri), ed è una misura che dà concreto sostegno alla natalità. Significa mettere le coppie in condizioni di fare proprie libere scelte e non vincolarle invece al ribasso solo perché le politiche mancano.

VD: L’immigrazione ci aiuterà a tappare i buchi demografici della società italiana?

AR: È una leva cruciale. Se non invertiamo la tendenza natalità gli squilibri cresceranno e non basterà nessuna misura perché nel frattempo si stanno riducendo anche le potenziali madri, quindi c’è bisogno dell’immigrazione. Nell’immediato serve attrarre giovani da altri paesi e dare loro opportunità di reale integrazione. Per fare questo bisogna pensare all’immigrazione non come emergenza ma come una parte strutturale e sistemica del processo di sviluppo del Paese, una parte integrante di come l’Italia torna a crescere.

VD: Qual è il peso politico della materia che lei insegna e quale ritiene invece dovrebbe essere?

AR: Il peso della demografia sulle condizioni di vita delle persone è enorme. Incide sulla loro vita, ne determina le scelte principali, i progetti abbandonati, le rinunce, e racconta gli squilibri che pesano sulla società e sull'economia. Inoltre l’Italia è un Paese che ha creato un enorme debito pubblico, quindi è evidente che c’è qualcosa che non funziona nella capacità di fare scelte che migliorino il futuro. Il problema è che la politica ha lo sguardo corto, si pensa a fare risultato nelle tornate elettorali. La demografia ha invece bisogno di respiro generazionale. Se non iniziamo ora a investire sulla consistenza quantitativa e qualitativa delle nuove generazioni fra anni continueremo a parlarne. Adesso non si può più ignorare la demografia.

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