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Non solo maschio etero. La violenza domestica nelle coppie LGBT

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Mariangela si è resa conto di vivere una relazione violenta solo dopo aver parlato con la madre. Prima delle aggressioni fisiche, Katia aveva cominciato col denigrarla e col prendere possesso di tutti gli spazi in cui viveva, sia a livello familiare che amicale. Quando ha deciso di chiudere non è stata creduta dalle amiche. Anzi. «Lei ti ha spinto, ti ha picchiato ma tu sei sempre in giro con noi e non le dai importanza», le dicevano. Così ha deciso di rivolgersi a uno dei tanti sportelli che aiutano le sopravvissute alla violenza nelle coppie dello stesso sesso. Come riporta uno studio condotto da Richard Carroll e Colleen Stiles-Shield della Feinberg School of Medicine, il 22% dei gay ha sperimentato abusi fisici all’interno della coppia, mentre per le lesbiche il dato oscilla fra il 22 e 46%. All’interno delle relazioni intime dello stesso sesso, il 52% è stata vittima di manipolazione sessuale e un terzo è stato abusato psicologicamente o emotivamente. Numeri che restano tabù anche all’interno della comunità scientifica, dove regna lo stereotipo del “vissero felici e contenti”. Una sottile forma di discriminazione che non permette di dare voce a una problematica che colpisce al pari della violenza fra uomo e donna.

La violenza nelle coppie dello stesso sesso

Ilaria Berti è un’operatrice di accoglienza dello sportello W4W, attivo ogni mercoledì a Perugia, che si occupa di relazioni dello stesso sesso in coppie di donne lesbiche o bisessuali. L’associazione Liberamente donna ha aperto lo sportello nel 2016, in collaborazione con Omphalos LGBT, unendo attivismo lesbico alla metodologia dell’accoglienza delle operatrici tipica dei centri antiviolenza. «È uno stereotipo credere che non ci sia violenza nelle coppie dello stesso sesso. È un costrutto sociale: in una società che nega la possibilità di avere relazioni con persone dello stesso sesso, che rende l'omosessualità una condizione invisibile, non si vede la violenza», spiega. A questo si aggiunge una forma di omofobia interiorizzata, un assorbimento passivo dei pregiudizi sociali, che comporta la non accettazione di sé che si può ripercuotere anche nella dinamica di coppia. «È una dimensione che colpisce la coppia, la relazione, può portare a situazione complesse. C’è poi un’interiorizzazione del patriarcato nel senso che il modello relazionale che conosciamo è un modello basato sulle relazioni eteronormate ed eterosessiste e che in maniera non conscia si tende a rimettere in atto, con dei ruoli ben definiti e stereotipati. Ad esempio, ci si aspetta di sapere chi sia l’uomo o la donna, mentre la costruzione può essere assolutamente nuova e ridimensionata sulle persone che la vivono, non categorizzata in un codice binario. In una coppia lesbica, in cui sono entrambe cisgender, cioè appartengono in maniere ben evidente alla loro identità di genere, dall’esterno spesso arrivano domande che trovano un po’ di confusione perché nessuna delle due corrisponde a un codice distintivo che possa farle corrispondere una con il femminile e l’altro con il maschile».

I luoghi comuni sulla violenza fra donne

Il telefono di We4We suona poche volte. Spesso le richieste d’aiuto arrivano da fuori Regione. Dinamiche sottovalutate? «La violenza è normalizzata. Ci sono degli episodi che non vengono condannati proprio perché ad agire è una persona di sesso femminile. Bisogna scardinare un po’ di luoghi comuni. Se si pensa alla violenza domestica maschile sulle donne si crede che sia normale che il sesso femminile subisca perché l’uomo è più forte. Le dinamiche vengono portate sulla fisicità, ma sappiamo che non è così. Non si pensa al meccanismo che viene messo in moto. Per quanto riguarda due donne, si crede che siano pari a livello di forza, si pensa che le donne non aggrediscano. C’è una tendenza a sminuire forme di controllo che finiscono per non essere viste ed essere ritenute normali, come nel caso delle dinamiche all’interno delle coppie di sesso diverso. C’è poi un altro fatto: spesso frequentano la stessa comunità lgbt percepita come luogo protetto. Denunciare o dichiarare di subire violenza può apparire come una delazione nei confronti del gruppo che si frequenta. La paura è quella di essere escluse o che sia l’altra a essere allontanata dalla comunità», continua Berti. La matrice della violenza è la stessa di quella maschile. «È un fenomeno strutturale della nostra società e che è talmente radicato a livello storico e culturale da essere interiorizzato. Tanto da sembrare genetica la disparità tra il maschile e il femminile. La costruzione della coppia sulla base dei dettami eteronormati porta alla gelosia, al possesso. E si manifesta nelle relazioni intime tra donne secondo il meccanismo della ruota del potere». Ha però delle caratteristiche che fanno leva sulla lesbicità, con forme di controllo, dalla denigrazione all’isolamento, e la minaccia costante di fare un outing, cioè che l’altro, al posto tuo, dichiari la sua omosessualità. «Un esempio: “non mi dai la mano in pubblico perché ti vergogni di me”, “se non mi baci ora io lo dico ai tuoi genitori e al tuo datore di lavoro”. Subentra un senso di colpa e di subalternità. È un gesto estremamente violento. Un’altra è l’assunzione dei ruoli stereotipati: “ci vado io al lavoro, tu resta a casa”, “sei troppo vestita in modo femminile, non sei una vera lesbica”, oppure essere definite eterocuriose e non lesbiche, con una rivendicazione della propria lesbicità sulla compagna. C’è uno sminuire costante dell’orientamento sessuale che portano, a livello psicologico, la persona che le subisce a modificare se stessa e sentirsi totalmente inadeguata e incapace di vivere la propria lesbicità». E poi ci sono le manifestazioni classiche della violenza. «Ci sono anche casi di violenza fisica, dalle aggressioni alla rottura degli oggetti personali, alle spinte, e di violenza sessuale, ad esempio costringendo l’altra alla penetrazione. È una violenza che viene sottovalutata, legata a un doppio discrimine: l’essere donne e lesbiche. Per questa società la relazione fra donne è invisibile».

Le coppie gay e la violenza

«Tornerò non solo e non a mani vuote, ti scanno come un coniglio, sei solo un frocio sfigato». Leonardo ha 31 anni e si trova a dover gestire le minacce dell’ex, che si protraggono per le settimane successive alla rottura, tanto da dover cambiare le proprie abitudini. Ma alla fine decide di ribellarsi: chiama il 1522 che lo indirizza al centro Ankyra, l’unico centro antiviolenza che prende in carico anche le richieste d’aiuto delle persone di sesso maschile. È l’inizio della fine di un incubo. Dinamiche simili alla violenza domestica di cui siamo abituati a leggere sui giornali. «C’entra molto, anche qui, l’omofobia interiorizzata», spiega il dottor Angelo Collevecchio, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo che collabora con l’Arcigay di Chieti. «È una forma di frustrazione che si può ripercuotere nelle dinamiche di coppia: il machismo culturale colpisce anche qui, considerando inferiore nella relazione chi ha un ruolo passivo sotto il profilo sessuale». Anche qui i generi di violenza si ripetono secondo gli stessi schemi. «Può essere fisica, psicologica ed economica. Credere che non ci sia violenza all’interno delle coppie dello stesso sesso porta a meno denunce e a una maggiore vergogna nel prendere coscienza di essere abusati. Soprattutto se si conta che sul territorio nazionale mancano strutture abilitate a prendersi carico di questi casi». La favola del “vissero felici e contenti”, insomma, è ben lontana dalla realtà. E un insulto ai sopravvissuti alla violenza.

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