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disturbi mentali

Il TSO è l’ultima eredità dei manicomi

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Era il 1978 quando entrò in vigore la cosiddetta legge Basaglia, che stabilì che le persone malate psichiatriche potevano essere aiutate in un altro modo. Un modo più umano, diverso dal filo spinato, dai muri alti tre metri, dall’odore di cloroformio dei manicomi. I cui residui sopravvivono, però, nel trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Una pratica che prevede la sospensione della libertà personale del malato in nome della cura forzata. E che, da strumento a tutela del paziente, può trasformarsi in abuso.

Cosa ti fanno col TSO. Storie dalla contenzione

«Da me dipende la salute mentale di 150 persone, non ho tempo per lei», si sente rispondere Anna dallo psichiatra dell’ospedale quando chiede spiegazioni del TSO predisposto per il figlio Michele. Grazie all’aiuto di un avvocato, Anna riesce a impedire l’internamento coatto di Michele. Una prontezza di riflessi che non tutti possono permettersi in termini di lucidità e, soprattutto, di denaro. E così a finire nelle maglie del trattamento sanitario obbligatorio sono soprattutto persone deboli sotto il profilo economico. Come Rebecca, finita in contenzione per un tentato suicidio. «Ho fatto la brava e quindi non mi hanno fatto nulla. Avevo colloqui con i medici ogni giorno: erano loro i forti e tu dovevi allearti con loro». Dopo 10 giorni è tornata in libertà. Secondo la legge, il TSO può durare al massimo sette giorni. Ma i medici si riservano la possibilità di rinnovarlo. E così c’è chi si ritrova in contenzione anche per un mese.

«Mi hanno sottoposta a TSO dopo cinque mesi dalla nascita di mio figlio, con la complicità dei miei genitori e del mio compagno», racconta a VD Federica. «Tutto perché parlavo in casa da sola, ma quando sono arrivate l’ambulanza e le forze dell’ordine per prelevarmi e portarmi in ospedale ero comunque lucida. E così mi hanno rinchiusa nel reparto di psichiatria, dove un’infermiera mi ha anche picchiata. Nessuno mi ha aiutata. Adesso continuano a iniettarmi farmaci, senza passarmi a una terapia orale di mantenimento». «Mi hanno tenuto legato al letto per tre giorni e tre notti, senza neanche dirmi cosa mi stavano somministrando», ricorda Daniele, che è stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio nel 2007. «Mi sono ritrovato in un posto orrendo, che ricordava quell’inferno in terra che erano i manicomi. La mia libertà era nelle mani dello psichiatra. Per farmi coraggio mi ripetevo che dopo una settimana mi avrebbero liberato». Ma passati i sette giorni, per Daniele scatta l’obbligo di recarsi ogni quindici giorni al Centro di Salute Mentale del suo Comune. Un circolo vizioso, da cui non si esce più per decenni. «Gradualmente mi hanno sospeso i farmaci. Ma ogni anno devo sottopormi a ulteriori accertamenti, ulteriori mortificazioni, perché ormai per la società sono potenzialmente pericoloso. Per non parlare dello stigma sociale, dei pregiudizi anche sul lavoro». Insomma, «se non muori durante la contenzione, muori lentamente negli anni, in un mondo che ti discrimina».

Il Tso, l’ultimo residuo manicomiale

«In Italia ci sono oltre 10mila TSO l’anno: nel nostro Paese continua a esserci una questione psichiatrica, nonostante l’abolizione dei manicomi». A parlare è Anna Maria Stammati, presidente di Telefono Viola, associazione contro gli abusi e le violenze psichiatriche. Fondata nel 1991, Telefono Viola nasce per dare sostegno nella battaglia legale intentata da un ragazzo di diciassette anni, tenuto in contenzione in reparto psichiatrico. «La stanza in cui era legato al letto ha preso fuoco e per le ferite riportate i medici gli hanno dovuto amputare un piede. L’associazione nasce proprio sulla scia di questo evento tragico. Nel 2009 ci siamo presentati, invece, come parte civile nel processo sulla morte del maestro Franco Mastrogiovanni, morto nel reparto psichiatrico di Vallo della Lucania, legato al letto per più di 80 ore, senza mangiare né bere». Al Telefono Viola si rivolgono decine di persone ogni settimana.

«Sono persone che sanno come rivolgersi a noi, per cercare di uscire il prima possibile dal trattamento sanitario obbligatorio, che è un manicomio farmacologico. I singoli non possono rifiutare la cura, altrimenti finiscono nuovamente in TSO. E quando si esce, si ha come unica possibilità per togliersi dalle mani inquisitorie della sanità quella di rivolgersi ai privati, che possono prendere in carico il paziente e fargli seguire una terapia diversa. Però se lo possono permettere in pochi». Non solo. «Le persone ci chiedono come fare a uscire dalle maglie della psichiatria: il problema non è solo il TSO, ma anche quello che accade dopo. C’è una psichiatria che imbriglia le persone tenendole legate al farmaco. Il trattamento sanitario obbligatorio rappresenta l’ultimo residuo manicomiale nel nostro Paese».

L’alternativa è la medicina della cura

Anche la Società Italiana di Psichiatria (SIP) sostiene che il TSO è certamente una forma di limitazione della libertà personale e che, come tale, va considerata come misura da adottare in extrema ratio, e «auspica che venga data piena, reale ed efficace attuazione alle normative vigenti, consentendo al sistema pubblico della salute mentale di continuare a garantire in maniera uniforme a livello nazionale i livelli essenziali di assistenza a tutti i cittadini», pur non mostrandosi contraria al ricorso a questa pratica. L’alternativa al trattamento sanitario obbligatorio potrebbe, però, risiedere in una medicina della cura.

«Ci possono essere però dei momenti di difficoltà delle persone con crisi psicomotorie anche violente. Noi sosteniamo che in quel momento la persona debba essere accolta in un ospedale perché ha un momento di difficoltà ma non deve essere recluso. È un trattamento che deve prevedere una cura che possa alleviare lo stato del singolo. Ma il Tso spesso non funziona così. Spesso è una circuizione inutile. Non si può mettere la firma in Tso e andarsene via, dopo 24 ore, come se si avesse avuto un infarto. Decidono i medici quando si può lasciare l’ospedale. La cura della persona non può essere un atto violento che sottopone le persone in difficoltà a uno stress ulteriore» dice Stammati.

«Ci dovrebbe essere una comunità medica accogliente che sappia entrare nel merito delle difficoltà. Si tratta di un disagio momentaneo, che può derivare dal non ascolto». Ma modificare la legge Basaglia porterebbe oggi a far prevalere una linea psichiatrica più dura. «Cambiarla in questo momento è una cosa pericolosa perché ci sono tendenze in atto che rispecchiano un contesto sociale diverso da quello in cui è maturata la legge Basaglia. C’è troppa paura dell’altro e troppa preclusione nei confronti di chi manifesta una difficoltà. Si tende a essere più restrittivi. È un momento storico in cui la psichiatria mantiene un atteggiamento che stigmatizza il singolo e non entra più nel merito delle motivazioni che hanno provocato quel disagio».

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