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Le testimonianze dalla Bielorussia

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F. mi mette subito in guardia. «Innanzitutto voglio che tu sappia che sto rischiando la vita per raccontarti quello che ho vissuto. Ne devi essere consapevole». Perché a Minsk, capitale della Bielorussia, il bianco e il rosso dei manifestanti si mescola sempre con il nero degli agenti in assetto antisommossa e con l’odore del sangue. Dopo i brogli del 9 agosto che hanno consentito a Aleksandr Lukashenko, il “padre” della nazione di rimanere in sella alla dittatura per il 26esimo anno consecutivo, le piazze sono esplose. E con loro una repressione senza precedenti. Ecco cosa succede nella Russia Bianca.

La storia di F.

F. era uscito per un paio di drink con gli amici, alla ricerca di uno sprazzo di normalità in mezzo al caos della Bielorussia. «Non avevamo intenzione di partecipare ad alcuna manifestazione quel giorno». Poi, un furgone blu ha bloccato la sua macchina. «Pensavamo si trattasse solo di un controllo, fino a che un gruppo di uomini in uniforme non è sceso dal bus e ha cominciato a urlarci contro. Ci hanno spinto sul furgone e ci hanno buttato a faccia in giù». I poliziotti hanno iniziato a picchiare F. e i suoi amici. «Nei loro occhi ho visto solo odio, come se stessi guardando dentro gli occhi di un cane. Ognuno di noi è stato colpito principalmente sulla testa. Nel frattempo hanno cominciato a sparare alla gente che si trovava in giro per il mio quartiere». Uno di loro ha puntato la pistola a F. «Potrei ucciderti ora e nessuno lo saprebbe», gli dice. Continuano a ripetere le stesse domande: «chi sono i vostri coordinatori, quanto siete stati pagati, perché avete venduto il vostro culo per 20 dollari». F. viene portato al dipartimento di polizia. «In quel momento il tempo ha cominciato a scorrere più lentamente e ho realizzato che la mia vita non era più mia. Potevano uccidermi e farlo passare per un incidente. Ho cominciato a piangere, non perché avessi paura, ma per l’ingiustizia che stavo subendo. Hanno cercato di uccidere la mia anima». I poliziotti hanno portato F. e i suoi amici nel garage e hanno acceso il motore delle auto per costringerli a respirare i fumi di scarico. «Mi sono svegliato sul pavimento e subito dopo è arrivata un’ambulanza. Questo è quello che ricordo. Ma non riesco a togliermi dalla testa le risate dei poliziotti mentre rischiavamo di soffocare».

Mikola e la paura dell’isolamento

Mikola ha 32 anni e partecipa alla resistenza in Bielorussia. Come esponente del movimento anarchico bielorusso e blogger ha passato 5 anni in prigione, cambiando per sei volte penitenziario. «Mi aspettavo la repressione. L’otto agosto la polizia ha forzato la porta della mia casa ma non ero lì, ero già al sicuro. Ma so che mi aspetta il destino di tanti altri blogger». Per questo motivo non partecipa spesso alle proteste. «Ma continuo a svolgere il mio dovere tramite il blog, dando istruzioni ai manifestanti perché per la prima volta abbiamo migliaia di persone che partecipano alla vita politica. Oggi abbiamo una sorta di guerra prolungata. Ci sono proteste ogni giorno. Ogni giorno i leader della società civile sono imprigionati. Sono spaventato, perché mi devo nascondere per non essere arrestato. Ma non ho scelta. Faccio ciò che deve essere fatto. So cos’è la prigione e come funziona, una volta sono stato lasciato al freddo in una cella di isolamento e ho dovuto tagliarmi con una lama le braccia e la pancia per uscire. Ma ho più  paura della passività e di essere isolato, di non essere in grado di agire».

Le giovani donne della rivoluzione in Bielorussia

«Non so ancora come mai non mi abbiano arrestata. Molte delle mie colleghe sono sparite nel nulla. E so che devo stare attenta». Stasia ha la voce da bambina e la fresca determinazione dei giovani che lottano. Lavora come centralinista per Viasna, l’organizzazione non governativa che in Bielorussia offre supporto a chi è stato torturato dalla polizia. È rientrata in fretta e furia dall’Olanda, dove stava studiando, per aiutare i suoi connazionali. «Le persone chiamano in continuazione: il lunedì dopo le proteste per rintracciare parenti e amici, e il venerdì, quando di solito la polizia rilascia i manifestanti», ci dice. «So che dovrei stare più attenta. La mia insegnante per esempio è stata arrestata per atti criminali il 17 settembre. Stava camminando con suo marito quando è stata presa e da allora non abbiamo avuto più notizie. Per questo abbiamo cercato di insegnare a ogni volontario a essere prudente. Un’altra mia collega è stata arrestata con l’accusa di aver preparato le persone a partecipare le persone a crimini di massa». Per la città girano unità di polizia senza uniformi, «ma ben riconoscibili perché girano con il volto mascherato». «È piuttosto inquietante. La polizia manda messaggi del tipo “se noti il tuo vicino di casa o qualcuno che si porta la bandiera bianca e rossa dell’opposizione fai rapporto ai poliziotti”. Ti arrestano per strada e non ti dicono mai il perché. Tutti fanno attenzione ai furgoni: ti prelevano e ti portano chissà dove, anche se non è prevista la pena di morte». Durante le elezioni si è offerta volontaria come osservatrice indipendente. «Sapevo cosa stavano facendo ma non ho denunciato. Forse è per questo che non mi hanno arrestata. Sono spaventata. Ma il presidente è un criminale. Questa situazione è andata avanti per troppo tempo».

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