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«Non sono casi isolati, dal G8 di Genova al caso Cucchi: servono numeri identificativi sugli agenti» per Giuditta Pini

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C’è un lungo filo rosso che va dai fatti del G8 di Genova, dal pestaggio avvenuto nella scuola Diaz nel luglio 2001, fino alla brutale repressione della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, passando per i casi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e della caserma di Piacenza. É un filo che attraversa la nebbia che si crea intorno a questi episodi di cronaca, e che normalmente circonda le violenze delle forze dell’ordine. Ne abbiamo parlato con Giuditta Pini, parlamentare e firmataria del disegno di legge che vorrebbe introdurre i numeri identificativi e le boducam sugli agenti. Una legge ferma da oltre 20 mesi in Commissione Affari Costituzionali.

Cosa prevede la proposta di legge?

«La proposta è in linea con quanto accade nel resto dell'Unione Europea e non solo. Introduce l'obbligo di apporre sulle divise delle forze dell'ordine in servizio durante manifestazioni o in divisa antisommossa, un codice alfanumerico, in modo che si possa eventualmente identificare in un secondo momento con esattezza l'identità dell'agente. Introduce poi anche le bodycam come richiesto da molti sindacati di polizia, per garantire la registrazione dei fatti anche dal punto di vista dell'agente».

Chi o cosa ostacola o potrebbe ostacolare questa legge?

«Quando è stata assegnata alla commissione nel 2019, il centrodestra ha detto che avrebbe impedito in ogni modo che la legge venisse approvata. La cosa che la ostacola maggiormente è la paura che si instaura nel dibattito pubblico e politico di questo paese quando si parla di questi temi. Ogni volta che si cerca di aggiornare le norme sulle forze dell'ordine si viene accusati o di volerne impedire il lavoro o di essere in malafede. Mentre in realtà si sta cercando di far avanzare il nostro paese».

Quali sono i vantaggi che secondo lei porterebbe questa legge?

«I vantaggi sono di due tipi: da una parte creerebbe una maggiore fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze dell'ordine, perché la disponibilità e la volontà alla trasparenza e alla responsabilità individuale sono sempre apprezzati, dall'altra consentirebbe alle stesse forze dell'ordine una serenità maggiore nel proprio lavoro in contesti complessi come manifestazioni e altre situazioni in cui si richiede l'uso delle divise antisommossa. La bodycam consentirebbe all'agente una prova documentata di come sono andate le cose, i codici consentirebbero in caso di violenza di non fare di tutta l'erba un fascio e quindi di generalizzare sulla “polizia violenta”, ma di ricondurre alle singole azioni singoli individui».

C'è secondo lei un problema che riguarda la violenza delle forze dell'ordine italiane?

«Solo per citare gli esempi più eclatanti e famosi, oltre al G8 di Genova 20 anni fa, che ha cambiato per sempre il rapporto tra una generazione e le forze dell'ordine, ci sono stati i casi: Cucchi, Aldrovandi, Uva, le violenze e gli arresti dell'intera Caserma Levante dei Carabinieri di Piacenza, le torture al carcere di San Giminiano e infine i fatti di Santa Maria Capua a Vetere.Esiste sicuramente un problema, ma il problema più grave è che non se ne riesca a parlare come un problema culturale, di formazione, ma sempre e solo come “mele marce”. Trattando così le questioni non si risolvono, ma si lascia nella mente di chi osserva da fuori una spiacevole sensazione di perenne impunità. E questo per lo Stato è una ferita incredibile perché mina la base stessa della fiducia tra cittadini e forze dell'ordine, fiducia che è necessaria per il funzionamento stesso della democrazia. In pochi giorni abbiamo parlato dei fatti di Santa Maria Capua Vetere (lì per fortuna c'è il circuito video), delle sentenze che riguardano la caserma di Piacenza, del presunto abuso di potere di matrice razziale a Milano».

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Carlo Giuliani e della macelleria messicana. In venti anni l'Italia non ha agito per nulla sulla violenza delle forze dell'ordine?

Sono stati fatti alcuni passi avanti, come l'introduzione del reato di tortura, ma molto è ancora da fare. Dobbiamo anche ricordarci che nulla di quello che è stato conquistato, a livello legislativo e di verità giudiziaria non va dato per scontato. La Meloni, per esempio, ha sempre detto che abolirà appena possibile il reato di tortura perché non “consente alle nostre forze dell'ordine di lavorare”. Ecco, ricordiamocelo sempre. Nulla è scontato, molto rimane ancora da costruire.

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