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Come il G8 di Genova ha cambiato per sempre media, forze dell'ordine e manifestanti

Vent’anni non sono bastati per superare il G8 di Genova. Quei giorni infuocati di luglio del 2001, spesi tra le strade di Genova ai confini fortificati della zona rossa, oppure di fronte a una televisione ancora indiscussa signora dell’informazione, restano sospesi come un sogno lucido ai margini della nostra coscienza collettiva. Dal 19 al 21 luglio il mondo si radunò tra le strade del capoluogo ligure, innescando un cortocircuito tra manifestanti, forze dello stato e mass media che avrebbe travolto l'Italia e cambiato per sempre tutti i protagonisti di quelle lunghe giornate di violenza, brutalità e retorica. Iniziando proprio dall'informazione.

Come il G8 di Genova ha stravolto i media tradizionali

Il G8 di Genova ha cambiato il modo di fare informazione? La risposta più diretta è già intuibile: sì, quella settimana ha messo in discussione una macchina ben oliata che era l’informazione italiana, e più in generale il concetto stesso di “media”. In una certa misura si può sostenere che Genova fu una prima palestra per un racconto “social”, primo e amarissimo palcoscenico di narrazione condivisa, che vide il citizen journalism entrare di prepotenza nelle redazioni istituzionalizzate, nei grandi computer dei deskisti dei maggiori quotidiani italiani.

Sul campo genovese agiva una realtà giornalistica che potremmo considerare per molti versi antesignana: Indymedia. Fondato a Seattle due anni prima per raccontare il movimento no-global, Indymedia è un collettivo di reporter e comunicatori sparsi per il mondo, che hanno accesso a newswire, blog in cui tutti possono pubblicare informazioni, video e foto e dai quali lanciare dirette durante le manifestazioni. Uno scenario simile a quello dei giornalisti di oggi, che lavorano attraverso i social network. «Non odiare i media, diventa i media», è infatti il motto del collettivo.

Indymedia va in fuga e rompe il gruppo, costringendo i giornalisti embedded a inseguire. Ne parla Giovanni Mari nel volume Genova, vent’anni dopo. Il G8 del 2001, storia di un fallimento. Tra le varie categorie fallimentari incluse nel volume edito da People (si parla ad esempio del fallimento degli otto Grandi, dell’intelligence, delle forze dell’ordine, del movimento) ci sono i mass media. Mari analizza quanto nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti alla morte di Giuliani e all’irruzione nella Diaz tv e giornali fossero «goffamente concentrati sulla spettacolarizzazione degli scontri, bonari con i Grandi e inchiodati su un equilibrio che li obbligava a stigmatizzare sempre e comunque le carenze di un movimento».

Sono poche le eccezioni che emergono da questa nuvola di autocensura, superficialità e confusione. Mari cita Il Secolo XIX, giornale genovese che ha il merito di impiegare – in un tessuto sociale che conosce a fondo – ben dieci cronisti sul campo, che non possono non vedere e infatti forniscono, immediatamente, una ricostruzione dei fatti onesta. Una perla nel deserto. Il chiacchiericcio politico del commento a caldo, sugli altri giornali, sommerge i fatti, li disgrega: «Una narrazione che non spiega mai cosa succede realmente», scrive Mari. Narrazioni nelle quali domina la condanna «della violenza, da qualunque parte provenga», dimenticando che una delle due parti in causa è lo Stato.

Se, nel tempo, si fa luce sulle violenze genovesi il merito è di due fattori. Da una parte l’avanzare di una tecnologia globale, che permette (paradosso) ai no-global di fare una narrazione in rete, anticipando i social network, smentendo ricostruzioni posticce attraverso l’evidenza che solo video e foto possono avere. Dall’altra ci sono i media esteri, che non hanno paura – sottolinea Mari – di essere definiti dal Governo Berlusconi “amici dei violenti” o “sostenitori degli antagonisti” e si attengono ai fatti. Una paura che in Italia ingarbuglia non solo i media di proprietà di Berlusconi, ma spesso anche quelli tradizionalmente di sinistra. All’estero questo non succede: molti dei ragazzi vittime del pestaggio nella Diaz sono stranieri. Dopo la degenza in ospedale tornano a casa e raccontano tutto ai giornali.

Anche l’Economist, giornale britannico che non si può certo definire rivoluzionario, titola «Vergogna», scrivendo di «stivali e manganelli in azione su dimostranti che si stavano arrendendo». Nonostante l’ampia documentazione reperibile, la verità fatica a emergere sui media tradizionali, e quella nuvola si dirada solo molto tempo dopo. D’altronde, scrive Mari, «un conto è il padrone che morde il cane, gran bella storia, un’altra è se si deve dire che lo Stato ha smesso di essere uno Stato. Tutto si complica».

Come il G8 di Genova ha cambiato (poco) le forze dell'ordine

Lo Stato democratico, quindi, smise di funzionare. Dopo aver perso il controllo dei manifestanti, perse il controllo anche delle sue forze dell'ordine. Forze impegnate a silenziare le voci di dissenso raccolte a Genova. Prima nelle piazze, dove i black bloc fornirono allo stato securitario il movente per agire. Poi nel buio della scuola Diaz e di Bolzaneto dove centinaia di agenti sottoposero a violenze e torture decine di ragazzi, attivisti e giornalisti, nella totale impunità. Le testimonianze della notte tra il 20 e il 21 luglio 2001 sono ancora oggi scolpite nella memoria collettiva d’Italia e del mondo. «Qualcuno suggerì di sdraiarsi, per dimostrare che non facevamo nessuna resistenza, così mi sdraiai» ricorda Michael Gieser. «I poliziotti arrivarono e cominciarono a picchiarci, uno dopo l’altro. Io mi riparavo la testa con le mani e pensavo: ‘Devo resistere’. Sentivo gridare ‘basta, per favore’ e lo ripetevo anch’io.

«Mi faceva pensare a quando si sgozzano i maiali. Ci stavano trattando come animali, come porci. Intorno a me era tutto coperto di sangue» continua. «Un poliziotto gridò ‘Basta!’ e per un attimo sperammo che tutto sarebbe finito. Ma gli agenti non si fermarono, continuarono a picchiare di gusto. Alla fine ubbidirono all’ordine, ma erano come dei bambini a cui si toglie un giocattolo contro la loro volontà». Il giornalista Luca Guadagnucci fu una delle vittime della Diaz e ha raccontato a VD la sua esperienza nel video qui sotto.

G8 di Genova, 20 anni dopo. La storia di Lorenzo Guadagnucci, giornalista alla Diaz

E poi Bolzaneto. «Alle donne gridavano: “Vi stupreremo come in Bosnia”. "Bel culo! Ti piacerebbe che ci infilassi dentro il manganello?"». «Ci facevano dire “Viva il Duce”». «Cantavano “Un, Due, Tre Viva Pinochet”». Enrico Zucca, pm a capo delle indagini seguenti, ha dichiarato che i fatti della Diaz e di Bolzaneto, come quelli più recenti di Santa Maria Capua Vetere, sono un problema “strutturale” con cui la polizia non ha ancora fatto i conti. «Quegli eventi e diversi episodi di cronaca di questi anni vedono riproporsi lo schema dell’uso sproporzionato della forza cui segue la copertura con falsità che dimostra come il problema non siano soltanto le responsabilità individuali». 93 attivisti arrestati, 61 feriti in ospedale, dei quali tre in prognosi riservata e uno in coma. 346 poliziotti coinvolti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici. Numeri troppo grandi per parlare delle solite “poche mele marce”. E se, da allora, abbiamo avuto Cucchi, Aldrovandi, Santa Maria Capua Vetere, la Caserma Levante e molti altri casi di abuso da parte delle forze dell'ordine, l'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento italiano lo dobbiamo anche ai ragazzi che soffrirono a Bolzaneto e alla Diaz. Una piccola vittoria dentro una grande sconfitta.

Come il G8 di Genova ha silenziato il primo movimento globale della storia

«È il primo movimento di massa della storia che non chiede niente per sé, vuole solo giustizia per il mondo intero», dirà Susan George, scienziata politica e sociale, a proposito del movimento no global, che prima ancora che a Genova nel 2001, aveva mosso i suoi primi passi a Seattle due anni prima. Un movimento dai contorni sfumati, riunito sotto etichette semplicistiche da parte dei media, che credeva che una globalizzazione diversa fosse possibile. Lo stesso che vent’anni fa a Genova tentò di riappropriarsi di una città blindata e ferita. A Genova confluiranno migliaia di manifestanti, una fiumana di persone appartenenti a ong, alla società civile, ai movimenti ambientalisti e femministi e ai sindacati.

E poi c’era il Genoa Social Forum, con portavoce Vittorio Agnoletto e Luca Casarini, che riuniva 1.184 gruppi, dal WWF a Rifondazione, dalla Rete Lilliput alla Federazione delle chiese evangeliche. Dall’altra parte i leader internazionali: Silvio Berlusconi, George W. Bush, presidente degli Stati Uniti; Jean Chretien, primo ministro del Canada; Jun ‘Ichiro Koizumi, primo ministro giapponese; Tony Blair, primo ministro britannico; Jacques Chirac, presidente francese; Gerhard Schröder, cancelliere tedesco; e Vladimir Putin, presidente russo. “Voi G8, noi sei miliardi” diventerà lo slogan di quei giorni, che si apriranno con una manifestazione a sostegno dei migranti. Le richieste dei manifestanti erano semplici ma potenti: la fine del sistema neoliberista e la riconquista della democrazia, il tutto accompagnato da istanze terzomondiste e ambientaliste.

Quello che accadde a Genova fu una riscoperta della partecipazione, un Sessantotto accelerato, come lo ha definito qualcuno. Un Sessantotto che è passato dalle pagine di No Logo della giornalista canadese Naomi Klein, che descriveva un futuro manipolato in cui non avremmo comprato non più merci ma uno stile di vita. Pubblicato più di vent’anni fa e manifesto dei movimenti anti-globalizzazione, No Logo analizza le strategie dei superbrand per vendere il proprio marchio e le proprie idee. Ma oggi, la cannibalizzazione da parte di queste realtà di ogni aspetto della nostra società, dal mondo privato alla vita culturale, rende il testo più attuale che mai. Perché il mondo delineato da Klein è andato oltre No Logo, colonizzando, oltre agli spazi reali delle nostre città, spazi digitali su Internet.

I marchi aziendali oggi infatti inondano le nostre vite digitali e reali e le nuove strategie dei superbrand non vendono più solo uno stile di vita attraverso il ‘marchio’, ma le nostre stesse vite attraverso i social e l’influencer marketing. «Il cambiamento più grande da quando è uscito No Logo è che il neoliberismo ha creato così tanta precarietà che la mercificazione del sé è ora vista come l'unica via per qualsiasi tipo di sicurezza economica. Inoltre, i social media ci hanno fornito gli strumenti per commercializzarci senza sosta», ha detto la Klein in un’intervista al The Guardian. Insomma, «A vent’anni dal G8 è chiarissimo ormai per qualunque persona in buona fede che noi allora avevamo ragione», come ha detto Vittorio Agnoletto a VD. «Eravamo andati a Genova all’interno del Movimento dei forum sociali mondiali per dire che se questo mondo fosse andato avanti con questo modello di sviluppo, avrebbe rischiato il precipizio. Avevamo ragione noi. Segnalavamo un’ingiustizia che è aumentata».

Le manifestazioni per i vent'anni del G8 di Genova
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