VD Logo
Il Mondo che Cambia
VD Search   VD Menu

ambiente

Il suolo è la risorsa più importante che abbiamo. E la stiamo distruggendo

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su WhatsApp

La produzione di oltre il 95% di cibo si basa sul suolo. Sono dati diffusi dalla Fao in occasione della giornata mondiale del suolo (il 5 dicembre). Una risorsa importantissima, cruciale per lo sviluppo e il sostentamento degli esseri viventi, e che tuttavia si erode a una media impressionante di 13,5 tonnellate per ettaro all’anno, un tasso tra le 10 e le 30 volte maggiore della velocità di produzione. Questo significa che il 10% della produzione globale di raccolti annuali potrebbe essere perso entro il 2050. In alcuni punti della Terra, come in Nigeria, l’80% del suolo è già degradato e in Iowa, in uno scenario simile a quello immaginato dagli sceneggiatori di Interstellar, fino al 17% della terra è priva di terriccio.

I dati in Italia: il suolo che sparisce

Nel mondo oggi il 33% dei suoli risulta affetto da forti limitazioni che impediscono o circoscrivono la produzione. Ogni mezz’ora si perdono 500 ettari. E in Italia le cose continuano a peggiorare, e il consumo di suolo a trasformare il territorio nazionale con velocità elevate. Secondo gli ultimi dati Ispra nell’ultimo anno le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 56,7 km quadrati, ovvero, in media, più di 15 ettari al giorno. Come se si perdesse, ogni due anni, l’equivalente di suolo naturale e agricolo di una città estesa come Firenze, sostituendolo con edifici, infrastrutture, insediamenti commerciali, logistici, produttivi e di servizio e da altre aree a copertura artificiale.

«A salire sul podio negativo sono in particolare Lombardia, Veneto e Campania, che hanno raggiunto percentuali a doppia cifra, rispettivamente il 12,1% di suolo consumato nel 2020, l’11,9 e il 10,4», hanno spiegato in una nota i co-portavoce nazionali di Europa Verde, Angelo Bonelli ed Eleonora Evi.

La regione più virtuosa in questo ambito è invece la Liguria: registra un consumo netto dello 0.08%. «I danni, in termini economici, sono già alle stelle: se la velocità di consumo di suolo dovesse rimanere quella attuale, a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo tra il 2012 e il 2030, l’Italia potrebbe essere costretta a sostenere un costo complessivo compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza».

L’appello ai Governi: salvate il suolo

In un articolo pubblicato su Nature la giornalista e ambientalista Emma Mari recensisce il lavoro della microbiologa Jo Handelsman (aiutata dalla ricercatrice Kayla Cohen) “A World without soil”, (“Un mondo senza suolo. Passato, presente e futuro precario della terra sotto i nostri piedi”), pubblicato dalle edizioni universitarie Yale. Il testo, spiega Emma Mari, si presenta sotto forma di una lettera sull’erosione di suolo che Handelsman avrebbe voluto mandare al Presidente Barack Obama mentre lavorava nell’Office of Science della Casa Bianca, poco meno di 10 anni fa. Una lettera che Handelsman non ha mai mandato anche perché – si legge – «non ha capito la vera gravità del problema fino ai giorni del tramonto dell'amministrazione». Il più grande rimpianto della microbiologa è non essere stata in grado di rendere la gestione del suolo una priorità federale.

Handelsman e Cohen, scrive Emma Mari, «esortano il mondo a chiedere un vero cambiamento nel modo in cui viene gestita la produzione agricola tradizionale. “L'onere della protezione del suolo non può essere relegato alle popolazioni indigene e agli attivisti ambientali”, scrivono. Ma i loro suggerimenti specifici sono un po' deludenti». Secondo la giornalista Handelsman e Cohen arrivano a chiedere trattati internazionali sul suolo, trattati che già in passato si sono rivelati inefficaci.

Un modello diverso per l’agricoltura

Per Emma Mari le richieste e gli appelli dei due scienziati americani rappresentano una visione troppo istituzionale e burocratica. «Dobbiamo cambiare il modo in cui pensiamo all'agricoltura», sostiene Mari. «Abbiamo già iniziato a muoverci verso un modello in cui gli agricoltori sono meno uomini d'affari e più amministratori fondiari supportati dal governo, che gestiscono un complesso mix di produzione alimentare, fertilità del suolo, habitat della fauna selvatica e altro ancora. In tutto il mondo, molti agricoltori dipendono da sussidi e aiuti in caso di siccità. [...] Tali programmi – attualmente soluzioni ad hoc su piccola scala – dovrebbero essere il fulcro del settore agricolo».

«La nostra terra, la nostra acqua dolce, la nostra biodiversità e il nostro suolo sono troppo preziosi per essere distrutti dal prezzo di mercato dei cereali e di altri generi alimentari. Dobbiamo investire in modo profondo e ponderato nei nostri agricoltori in modo che possano investire nello stesso modo nella terra, diventando professionisti olistici della gestione del paesaggio. Questo è il futuro dell'agricoltura».

Segui VD su Instagram.

ARTICOLI E VIDEO