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La solitudine tra gli adolescenti è in aumento. E la causa sarebbero gli smartphone

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Scriveva Pasolini che «bisogna essere molto forti per amare la solitudine, bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune». Caratteristiche che non si sposano con l’adolescenza, quella fase della vita in cui si sperimenta e si conosce il mondo con un’armatura assai fragile. Eppure, proprio tra gli adolescenti, la solitudine è in aumento, non solo: in sei anni, dal 2012 al 2018, è raddoppiata. Lo certifica uno studio apparso sul Journal of Adolescence, che analizza le risposte di oltre un milione di adolescenti in 37 diversi paesi (tra questi l’Italia), raccolte negli ultimi venti anni. Il confronto significativo è però tra il 2012 e il 2018, sei anni nei quali, sottolineano i ricercatori, avviene «gran parte di tutto l’aumento» registrato nei venti anni.

I risultati e la connessione con la diffusione degli smartphone

Dal 2012 la solitudine scolastica è aumentata in 36 dei 37 paesi sottoposti a esame (solo in Corea del Sud non è aumentata). Gli aumenti più sensibili si sono registrati in Bulgaria, Russia, Lettonia e nei paesi di lingua inglese (Australia, Canada, Irlanda, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti). I ricercatori hanno inserito altri dati per restringere il cerchio sulle possibili cause dietro l’aumento della solitudine scolastica. La conferma di un sospetto è arrivata dai numeri: la solitudine scolastica è più alta laddove l’accesso allo smartphone e l'uso di Internet sono più agevoli. Non è stato questo l’unico parametro: si è ipotizzato che la solitudine potesse essere conseguenza di cattive condizioni economiche, e si è invece visto che quando la disoccupazione e disparità di reddito erano basse c’era maggiore solitudine, all’opposto delle previsioni. Tra il 2012 e il 2018 si abbassano i tassi di disoccupazione e le disuguaglianze di reddito, eppure aumenta la solitudine.

I ricercatori statunitensi hanno escluso anche problemi familiari: in questo caso il tasso di solitudine sarebbe aumentato con l’abbassarsi della fertilità totale, parametro inserito nello studio. Tuttavia, spiegano, «la solitudine scolastica non è significativamente correlata alla fertilità totale». In definitiva, resta «l'accesso allo smartphone il significativo predittore della solitudine scolastica». Citando altri accademici, la ricerca pubblicata sul Journal of Adolescence esamina poi le connessioni tra smartphone e solitudine: secondo due studi del 2019 i «social media possono creare una cultura di esclusione che aumenta la solitudine a scuola, in particolare tra le ragazze» e, sebbene i media digitali abbiano molti vantaggi per la comunicazione, «favoriscono i legami superficiali piuttosto che quelli profondi», che possono portare alla solitudine.

La solitudine tra i giovanissimi dopo la pandemia di Covid-19

E pensare che la ricerca si ferma al 2018, ben prima dell’avvento della pandemia di Covid-19 che ha isolato tutti, e che ha avuto effetti devastanti proprio sulla salute mentale degli studenti. I dati post pandemia sembrano confermare il trend in crescita, anche se si concentrano su altri aspetti. In un’indagine condotta da ScuolaZoo su 56mila ragazze e ragazzi tra i 14 e i 20 anni, ad esempio, il 57% ha risposto di non aver avuto un appuntamento durante l’ultimo anno. Tra coloro che hanno iniziato nuove relazioni, ben il 64% sostiene di aver conosciuto la persona sui social. Il 74% degli intervistati sostiene però di non aver avuto relazioni durante la pandemia. Tra questi, molti (circa 18mila giovani sui 56mila intervistati) rispondono che il motivo determinante è il «non sapere come conoscere nuove persone». Affermazione confermata da una ricerca pubblicata da VD, nella quale i giovani raccontavano le loro never-met relations, relazioni amorose nate e concluse online, senza mai incontrarsi dal vivo. E proprio secondo i ricercatori americani autori dello studio pubblicato dal Journal of Adolescence «la ricerca futura dovrebbe esplorare il livello critico di accesso da smartphone o social media, quello che sposta la dinamica dell'interazione sociale in un gruppo».

«È chiaro che mettere a nudo la propria intimità ed esporsi in rete è molto più semplice», ha spiegato a VD la psicologa Annalisa Battisti. «In adolescenza, poi, c’è bisogno di sperimentare. E allora, ad esempio, un conto è se si vive in una metropoli e basta scendere per vedere tante persone diverse, tante sessualità diverse, tanti modi di stare in società diversi. Altro conto è vivere in periferia o in un paese. Ai margini è più difficile sperimentare, ci si espone a un rischio sociale elevato. E allora meglio crescere, sperimentando, al sicuro. E il luogo più sicuro ora è la camera, con uno smartphone tra le mani. Il virtuale consente di passare direttamente alla sfera intima in tutta comodità. Manca la sfera corporea, ma quella al tempo stesso fa paura, perché può essere molto deludente. I social», prosegue la dottoressa Battisti, «permettono di idealizzare l’altro».

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