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Il Sex Work è un lavoro vero

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Lavorare nel mondo del sesso, nel 2020, dovrebbe essere un mestiere accettato. Una scelta professionale legittima, che nasce per fornire un servizio, secondo il più classico dei meccanismi: la domanda/offerta. Eppure, i lavoratori del sesso (donne in testa) subiscono spesso uno stigma sociale, che non tiene conto di un diritto fondamentale - quello di autodeterminarsi. Se una persona che lavora con il proprio corpo subisce una violenza, è un attimo dire che "se l'è cercata". Eppure, in una società rispettosa e consapevole, l'abuso non dovrebbe avere nulla da spartire con il sex work, che per definizione è sesso consensuale. Il manifesto dei Sex Workers Europei - elaborato a Bruxelles quindici anni fa ma ancora parzialmente inascoltato - ribadisce con forza che «l’offerta di servizi sessuali non è un invito a violenza di alcun genere». Di queste ipocrisie facciamo tutti le spese, soprattutto in Italia. Toglierelo stigma dai sex workers significherebbe inquadrarli a livello fiscale, limitando considerevolmente l'evasione. Attualmente, "mettersi in regola" è possibile, ma pochi lo fanno: preferiamo, noi italiani, coltivare il segreto di Pulcinella. Sarà pure "il mestiere più vecchio del mondo", ma sembra che ancora non sappiamo come gestirlo.

Una zona protetta per le professioniste del sesso
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