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Scuola senza voti. «Il voto peggior mezzo per valutare la crescita di ragazze e ragazzi»

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La scuola senza voti ha i suoi pro e i suoi contro. Secondo Franco Lorenzoni, autore de I bambini ci guardano (ed. Sellerio) e insegnante in pensione, l'apprendimento non dovrebbe essere una corsa al voto. Anzi, una forma di valutazione differente che racconti i ragazzi e le ragazze è possibile. E doverosa. Una forma di giustizia sociale che parte dal basso.

VD: Il voto è una forma di rito di passaggio o uno strumento da superare?

Franco Lorenzoni: Penso che il voto sia il peggior mezzo per valutare la crescita dei ragazzi e delle ragazze. È uno strumento estremamente semplificato, che non dice nulla, e mette in relazione persone diverse, posizionandole su una stessa scala numerica. Non c’è nessun motivo per cui possiamo pensare che il voto sia utile.

VD: Neanche su un piano motivazionale?

FL: Se è utile sotto un profilo motivazionale, vuol dire che la scuola ha fallito.

VD: Perché?

FL: Se i ragazzi studiano per il voto, abbiamo perso l’occasione di aiutarli a capire perché la conoscenza può essere importante nella loro vita. Un ragazzo che studia per paura di un voto basso è un ragazzo che abbiamo perso.

VD: Aboliamo ogni forma di valutazione dalla scuola?

FL: Sarebbe una sciocchezza. Ma il voto non dà informazione. È importante che i ragazzi capiscano a che punto sono, a che cosa devono lavorare, dove devono migliorare. Ma deve costruirsi una cultura dell’autovalutazione, i ragazzi stessi devono essere coinvolti nel processo valutativo. E poi ciascuno deve misurarsi dal punto in cui parte: come diceva Don Milani, “Fare parti uguali da disuguali è una profonda ingiustizia”.

VD: Cioè?

FL: Ci sono profonde disuguaglianze di tutti i tipi: culturali, fisiche, di esperienze, di difficoltà di apprendimento. E la scuola della Costituzione è quella che rimuove gli ostacoli. Per rimuovere gli ostacoli bisogna usare altri strumenti che non siano il voto.

VD: Quali?

FL: Ci sono alcune attività in cui la valutazione è collettiva ed evidente. Per esempio se organizzo spettacoli teatrali o cori. Se lavoro con gli altri, il mio obiettivo è che tutti facciano il miglior lavoro possibile, proprio perché stiamo facendo un lavoro collettivo. Non sono più “io” contro “te”, sono “io” insieme a “te”. Sarebbe bello che tutte le cose che vengono fatte a scuola avessero questo connotato collettivo. Un luogo in cui tutti devono poter riuscire, senza un adulto che giudichi quello che si sa fare e cosa no.

VD: Come possiamo definire “seria” una valutazione?

FL: È quella in cui insegnante e ragazzo si confrontano, cercando di capire quali sono i suoi punti di debolezza e di superarli insieme. È un gran lavoro di attenzione ai singoli. L’insegnante “buono” non è quello che dà voti alti, è quello che motiva, che educa allo sforzo. Uno sforzo che ci rende più umani, in un mondo oppresso dall’idiozia della semplificazione.

VD: Lei immagina un nuovo sistema di valutazione?

FL: Deve essere proattivo. Deve esserci una compartecipazione tra chi valuta e chi viene valutato. Il voto è un numero, non parla. È banale. Mentre capire le proprie complessità è un’operazione mentale ricca, complessa. Noi dobbiamo fare in modo che attraverso la scuola si arrivi a conoscere se stessi, che è conoscere il mondo.

VD: Cosa ci ha insegnato la didattica a distanza a proposito della valutazione?

FL: La DAD è stata una catastrofe dal punto di vista cognitivo, che ha accentuato le differenze. Ha esasperato gli aspetti negativi della valutazione.

VD: Non si rischia di scadere nell’ideologia?

FL: È un pericolo reale. Ma si deve lavorare e cercare di capire ragazzo per ragazzo le capacità da valorizzare. Va restituito al ragazzo sempre ciò che sa fare: l’oggetto di conoscenza non ha valore se non c’è relazione.

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