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Perché l'Italia ha un problema con gli insegnanti

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La scuola italiana sembra vivere una crisi persistente e a farne le spese sono tanto gli studenti quanto gli insegnanti. Gli insegnanti si trovano nel fuoco incrociato del bullismo gerarchico e del bullismo studentesco: Tuttoscuola stima che in Italia avvengono quattro episodi di quest’ultimo tipo ogni settimana. Anche Skuola.net si è occupata di violenza contro i docenti e ha realizzando una ricerca basata sui racconti di settemila studenti: 1 studente su 10 ha assistito ad almeno un attacco d’ira di un compagno nei confronti di un insegnante, nel 55% dei casi si è trattato di insulti, ma in 1 caso su 3 l’aggressione è stata fisica.

Gli insegnanti meno pagati d'Europa

Gli insegnanti italiani non sono solo i meno pagati in Europa (Ocse 2020), ma anche precari: in Italia senza contratto a tempo indeterminato sono infatti più della metà del totale e, secondo il rapporto Eurydice, al di sotto dei 35 sarebbero il 78%. Al contempo sono circa 760mila i docenti che da anni percepiscono il bonus di 500 € introdotto dalla Riforma Renzi/Gelmini del 2015 con la Carta del Docente. Non sempre questi fondi vengono utilizzati, e il Ministero spesso preleva fondi per finanziare altri progetti (come avvenuto nel 2019). Al borsellino elettronico ha accesso direttamente il Ministero che l’anno scorso ha prelevato 20 milioni non spesi per finanziare altri progetti. Global Teacher Status Index pubblicata da Varkey Foundation nel 2018 ha valutato la reputazione sociale degli insegnanti della scuola secondaria in 35 paesi. Quella degli insegnanti italiani è tra le peggiori al mondo: al 33° posto, siamo terzultimi davanti solo a Brasile e Israele. L’immaginario della società non cambia da solo, il declino dell’istituzione scolastica inizia dei luoghi di decisione politica.

Le responsabilità della politica

A partire dalla crisi economica del 2008 l’investimento pubblico nella scuola ha registrato un calo. Dal 2011 il nostro paese si trova stabilmente in fondo alla classifica europea per percentuale di spesa pubblica per l’istruzione: il 4% del Pil, meno di quasi un punto rispetto alla media dell’Unione Europea (4,9%). Nel 2017 (Eurostat) risultava quartultima tra i 28 paesi dell’Unione europea: solo per fare un esempio il governo tedesco investe nell’istruzione dei propri cittadini quasi il doppio dell’Italia, vale a dire 127,4 miliardi € contro 65,1 miliardi. E per il 2022 è calcolato un ulteriore taglio di 4 miliardi. I risultati allarmanti si vedono sulla popolazione: abbandono scolastico in aumento al 14%, 13 milioni di analfabeti funzionali e solo il 36% in grado di utilizzare Internet in maniera complessa e diversificata (la percentuale più bassa dei Paesi Ocse). Per non parlare dell’incapacità del paese nel trattenere i laureati sui quali ha investito: nel 2017 se ne sono andati in 28.000 (Istat). Il presidente del consiglio Conte ha sottoscritto il 24 aprile 2019 l’intesa tra il Governo e le organizzazioni sindacali del comparto istruzione e ricerca. I temi da discutere sono i soliti arretrati: il rinnovo del contratto con recupero salariale, la stabilizzazione dei rapporti di lavoro con nuovi concorsi a cadenza regolare, una soluzione per i precari con oltre 36 mesi di servizio e nuove normative per Università, Ricera e Afam. Ma senza una programmazione finanziaria a lungo termine, nuovi fondi e un intervento sull'ormai endemico divario tra Nord e Sud ben poco potrà cambiare, e l'Italia resterà un paese difficile per fare l'insegnante.

La manifestazione di insegnanti e studenti per la scuola

Aggiornamento del 4/10/2021 di un articolo del 19/06/2019.

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