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«Basta stipendi da fame». Il salario minimo garantito può essere il futuro dell’Italia

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Secondo i dati dell’Inps, relativi al 2019, sono 4,3 milioni i rapporti di lavoro - su 14 milioni, il 28% - che prevedono un salario inferiore ai 9 € lordi l’ora e, quindi, al di sotto delle soglie minime di retribuzione oraria. Ma di salario minimo in Italia neanche a parlarne. Doveva essere presente nel Piano di Ripresa e Resilienza (Pnrr): peccato che nell’ultima versione sia sparito. E così, il Recovery Plan di Draghi si è alleggerito di questo salvagente sociale, nonostante il salario minimo nel resto d’Europa sia ormai una misura collaudata, per non parlare degli Stati Uniti, dove questa politica vige dal 1938. Ma in Italia ancora non si sa quando il salario minimo sarà legge. Ne abbiamo discusso con Simone Fana, autore, insieme a Marta Fana, del libro Basta salari da fame!.

Quali vantaggi porterebbe l’introduzione del salario minimo?

L’utilità dipende dalla sua applicazione. Non dovrà essere - come aveva proposto l’ex ministra del Lavoro e delle politiche sociali Nunzia Catalfo - un salario che si sostituisce ai contratti collettivi nazionali. Questi devono restare un’autorità salariale. Quello che, invece, deve essere stabilito è un trattamento minimo legale, che nel caso della proposta dell’ex ministra era di 9 € lordi l’ora. È un livello sotto il quale non si scende, per cui i contratti collettivi, che prevedono salari inferiori a questa cifra, automaticamente vengono alzati.

Una politica di contrasto al lavoro povero, dunque

Non solo. Avrebbe un effetto benefico anche sulla crescita economica del Paese, che è legata a doppio filo ai consumi: l’impoverimento del mondo del lavoro in generale, e dei lavoratori in particolare, porta a consumare meno. L’introduzione di un salario minimo che aumenti i salari bassi porterà, inoltre, le imprese a investire e spingerà verso l’alto la specializzazione produttiva del Paese.

Quali sono invece i possibili svantaggi dell’applicazione di un salario minimo?

Se viene utilizzato in sostituzione ai contratti collettivi nazionali, che prevedono non solo la paga oraria ma anche ferie e trattamento di fine rapporto, il rischio è che i lavoratori diventino automaticamente più poveri e non avranno più quei diritti sociali che i contratti collettivi prevedono. Se ho una paga oraria che sostituisce il contratto, anche quelli che prevedono paghe orarie più alte rischiano di andare verso il basso. Se non si collega il salario al contratto, questo perde di valenza. Ci sono poi vari studi, dalla Germania al Regno Unito, che certificano che il salario minimo non crea disoccupazione.

È ipotizzabile un effetto diretto sul divario Nord-Sud?

Per il Meridione, l’effetto dell’introduzione di un salario minimo sarebbe benefico. Con un salario minimo, si porterebbero le imprese a investire e a migliorare la loro produttività, a irrobustire il tessuto di conoscenze e di tecnologie e a puntare più in alto rispetto alla specializzazione. Prendiamo la cosiddetta filiera turistica, sulla quale si è concentrato l’aumento dell’occupazione degli ultimi dieci anni: qui ci sono lavori con paghe orarie basse e salari da fame. L’applicazione di un salario minimo avrebbe il pregio di incentivare le imprese a migliorare la propria performance economica agendo sugli investimenti piuttosto che sul costo del lavoro. Questo è il vero punto chiave: investire sul valore aggiunto, che andrebbe accompagnato, però, da una politica industriale che individui i settori in cui l’Italia vuole competere. Non possiamo più essere competitivi nei settori tradizionali. Il salario minimo, in questo senso, sarebbe uno stimolo.

C’è il rischio che il salario minimo diventi un salario massimo?

No, se rimane collegato al contratto collettivo definito dalle categorie, che non possono scendere sotto quel trattamento definito per legge. L’aumento dei salari, poi, dipenderà dai rapporti di forza tra le rappresentanze sindacali e quelle datoriali. Con il salario minimo si costituirebbe una sorta di pavimento, spingendo la contrattazione ad aggredire quote di profitto più alte. La discesa dei salari mediani è legata alla proliferazione del lavoro povero, che è possibile proprio perché manca questo pavimento.

Quali categorie trarrebbero più vantaggi dall’applicazione di un salario minimo?

Ne godrebbe una vasta platea: badanti e colf, operatori e operatrici delle pulizie, inquadrati al momento nel contratto multiservizi, operatori e operatrici della cultura, ad oggi ingabbiati nei contratti collettivi servizi fiduciari che prevedono 5 € l’ora lordi, le educatrici e gli educatori sociali, i manutentori, i custodi dei musei e i vigilantes. Solo per dirne alcuni.

Che ne sarà dei lavoratori autonomi?

Ci sono lavoratori autonomi che fanno parte dei working poor. Per i professionisti poveri, bisogna parlare di equo compenso che prevede la tariffa oraria minima sotto la quale non si può scendere e non si può svolgere la propria attività.

Quali ricadute individua dal punto di vista etico?

Stabilire uno strumento di contrasto al lavoro povero e dire che nessuna persona che lavora può essere povera è una battaglia di civiltà. Chi lavora deve essere in grado di mandare i propri figli a scuola, di andare al cinema: deve essere in grado di vivere dignitosamente. Non è più una battaglia solo socialista o comunista.

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