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E se fosse arrivata l'ora del reddito universale?

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La crisi del Covid 19 ha riportato in Europa il dibattito sul welfare: dai tagli decennali alla sanità fino al problema della casa, divenuto esplosivo con i lockdown. Persino il sistema carcerario è stato messo in discussione da operatori della giustizia come il pm di Mani Pulite Gherardo Colombo. Parallelamente alla crisi del coronavirus si è aperta, quindi, una discussione sul welfare che ha toccato anche la proposta di un reddito universale. Sull’argomento si sono spesi intellettuali come Michele Rech (Zerocalcare) e professori di economia come Guy Standing. Uno studio dell’Università di Oxford, realizzato nei 27 paesi dell’Unione e in UK, dimostrerebbe che la maggioranza degli europei è favorevole a questa misura.

Lo studio della Oxford University

Il Professor Timothy Garton Ash ha guidato il team di studio dell’Università di Oxford in un sondaggio iniziato a marzo e che ha coinvolto più di 12mila persone sparse in tutti paesi europei. Il risultato è stato sorprendente: il 71% degli intervistati si è detto favorevole a un Reddito di Base Universale. Il prof. Daniel Nettle, dell’Università di Newcastle, ha collegato questa nuova sensibilità dei cittadini europei alla crisi del Covid che ha portato, quest’anno, quasi 39 milioni di persone a ricevere aiuti statali. Nello stesso periodo, molti studiosi si sono pronunciati a favore di questa misura: Guy Standing, professore di economia al SOAS di Londra e co-fondatore del Basic Income Earth Network, ha definito l’RBU «un imperativo economico e sociale» e ha sottolineato che «con un reddito di base le persone possono passare più tempo a svolgere forme di lavoro diverse, come quello di cura, il volontariato, i lavori per la comunità e per l’ambiente. Attività che oggi non vengono considerate “lavoro” nelle nostre stupide statistiche, ma di cui abbiamo estremamente bisogno». Dello stesso parere anche Michele Rech che ha dichiarato in un’intervista: «Bisogna affrontare la questione del reddito universale. So che c’è un problema di soldi, ma viene un momento della storia in cui i soldi si prendono dove ci stanno. Anche in questo periodo c’è chi si è arricchito: andiamo a chiedere i soldi a chi li ha». Le entrate dei più ricchi sono, infatti, aumentate del 30% durante la pandemia, al contrario di quelle di precari, autonomi e dipendenti privati. Ma cos’è e come funzionerebbe il Reddito Universale?

Cos’è il Reddito Universale

L’idea di un reddito di base garantito per tutti i cittadini appare per la prima volta in Utopia di Thomas More, nel lontano XVI secolo. Da allora, tra alterne vicende, il concetto di reddito di base si è sviluppato passando da Thomas Paine al New Deal di Roosevelt, da Milton Friedman a Bill Clinton fino a raggiungere i giorni nostri. Ma cosa intendiamo oggi con Reddito di Base (o Universale)? Parliamo di un'erogazione incondizionata di denaro per tutti i cittadini, senza alcuna verifica dello stato economico né l’obbligo a cercare lavoro. Una forma di reddito di cittadinanza vero e proprio, molto diverso dal nostro RdC (che in realtà è un sussidio di disoccupazione vincolato), o dal Reddito Minimo Garantito (anch’esso vincolato ma allo stato economico).

Il Covid ha aperto al Reddito Universale

Nel 2016, all’uscita del report europeo su lavoro, Marianne Thyssen dichiarava: «Le nostre economie continuano a creare posti di lavoro e le famiglie hanno assistito a un aumento del loro reddito disponibile. Molte persone che lavorano però sono ancora povere. Le società e i mercati del lavoro stanno inoltre cambiando grazie a nuove tecnologie e forme di lavoro. Questa situazione comporta nuove opportunità ma anche nuove sfide e dobbiamo fare sì che nessuno sia lasciato indietro». Oggi molte cose sono cambiate: come ha sottolineato da Gwynne Dyer, nelle democrazie moderne le evoluzioni avvengono con strappi e accelerazioni improvvise e il covid ha generato un grande mutamento. Le vecchie regole economiche che vedevano nel reddito universale una semplice misura di helicopter money, sembrano passate. Stati dalla lunga tradizione liberale come l’Inghilterra e altri dal welfare sviluppato come la Svezia hanno già pensato misure di questo tipo per superare la tempesta del covid. Proprio la Svezia ha deciso di garantire il 90% del reddito dei lavoratori fino al termine dell’emergenza sanitaria; la Francia offre “sussidi parziali di disoccupazione” pari all’84% del reddito; l’UK l’80%. In tutte e tre le nazioni i datori di lavoro, che ricevono aiuti dallo Stato, si impegnano a riprendere i dipendenti quando la situazione si sarà stabilizzata. Una politica simile è passata persino negli USA, tempio del libero mercato, dove però non ha avuto la stessa durata che nel Vecchio Continente o in alcune zone dell’Asia. La Norvegia è arrivata a garantire l’80% dei salari anche agli autonomi. Ma come finanziare un simile investimento nell’assistenza?

Tassare i più ricchi: dalla patrimoniale alla data tax

Quando Michele Rech dice «andiamo a chiedere i soldi a chi li ha» probabilmente immagina l’esempio della Spagna di Sanchez, che sta affrontando il coronavirus con un massiccio investimento nella sanità e nell’assistenza ai cittadini. Il Governo di Sanchez ha varato un investimento di 3.064 miliardi € (il 151,6% in più) sulla Sanità, semplificato l’accesso al Reddito Minimo Vitale (che va da 461 € a 1.015 € al mese), stanziato 2 miliardi € per le politiche sul lavoro e 250 milioni in borse di studio universitarie. Tutto questo, grazie all’aumento di un punto dell’imposta per i gruppi aziendali con capitali oltre i 10 milioni €, e due punti sui redditi sopra i 250mila €. La Spagna tasserà i più ricchi per salvare non solo i più poveri, ma tutto il paese. In Italia, che ha già un’imposizione elevata sui redditi e uno dei più alti tassi di patrimonializzazione d’Europa, la soluzione potrebbe essere proprio la creazione di una tassa patrimoniale che, a parte l’IMU, non esiste nel nostro paese. Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd) stanno portando avanti un emendamento alla manovra per introdurre questa tassa in Italia. La proposta, però, ha provocato una levata di scudi bipartisan. Guy Standing, invece, propone di finanziare il reddito di base a livello europeo, con due imposte: la carbon tax, che colpirebbe i colossi dell’industria, e la data tax che riguarderebbe i grandi del tech come Google e Facebook. Quest’ultima proposta è stata fatta propria anche da Margrethe Vestager, Commissaria alla concorrenza dell’UE. «Non è corretto che i grandi colossi come Facebook, Google e Amazon ricevano gratuitamente i nostri dati, guadagnandone enormemente e senza che nessuno di noi abbia nulla indietro» ha detto Guy Standing. Che sia finanziato con una patrimoniale oppure con tasse europee, il RBU sembra essere una mossa vincente. Le macerie lasciate dalla pandemia e la probabile rivoluzione robotica della produzione potrebbero diventare il terreno per quelle ‘bestie feroci’ capaci di trasformare il malcontento in rabbia politica. Lo stesso studio di Oxford sottolinea come il 53% dei più giovani non sia contrario, per principio, a una forma di dittatura. Insomma, se non ora, quando?

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