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Le politiche anti-Lgbt della Polonia potrebbero essere il futuro dell'Italia

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Sono anni davvero bui a Varsavia per chi combatte per un pugno di diritti. Dalle donne costrette a scendere in piazza negli ultimi mesi per la messa al bando dell’aborto terapeutico, sancita da una sentenza del filo-governativo Tribunale costituzionale, passando per la comunità LGBT polacca rea, a detta dei gruppi teocon come l'Istituto Ordo Iuris, di propagare una vera e propria ideologia contraria ai valori di «Dio, Patria, Famiglia». Intanto nel mese scorso è cominciato il processo contro tre attiviste polacche che rischiano fino a due anni di carcere per aver affisso dei manifesti della Madonna nera di Częstochowa, circondata da un'aureola arcobaleno, a Płock, una cittadina sul fiume Vistola, a circa cento chilometri da Varsavia. In verità la campagna di odio contro le minoranze sessuali in Polonia si è fatta di colpo più intensa dopo il 18 febbraio 2019 quando il sindaco liberale di Varsavia Rafał Trzaskowski, sconfitto poi al ballottaggio delle presidenziali di luglio scorso, ha firmato una dichiarazione in sostegno della comunità Lgbt.

La reazione anti-LGBT della Polonia profonda

I politici della “Polonia profonda” non ci stanno: le deliberazioni “anti-Lgbt” cominciano a fioccare in tutto il paese. Ad un certo punto si mettono di mezzo anche i giornali ultraconservatori: qualche mese dopo il settimanale Gazeta Polska stampa gli adesivi «zona libera da Lgbt» che per fortuna non verranno mai distribuiti come allegato al giornale. Qualcuno decide di raccontare l’ostilità verso le minoranze sessuali attraverso una mappa disponibile in rete: sono le premesse da cui nasce il progetto Atlas nienawiści, un "atlante dell’odio”, creato per monitorare le iniziative transomofobiche perseguite, approvate o respinte dalle amministrazioni locali in tutto il paese utilizzando i tre colori del semaforo. Allo stato attuale sulla cartina amministrativa della Polonia, il rosso delle deliberazioni discriminatorie sembra prevalere sul verde di quelli che hanno detto «nie» ad ogni iniziativa, seppure simbolica, contro la comunità LGBT. «I punti gialli stanno invece a indicare le attività di lobbying come incontri pubblici, sondaggi oppure petizioni finalizzate a introdurre dei provvedimenti anti-Lgbt», racconta a VD Jakub Gawron, uno degli autori del progetto in lizza l’anno scorso per il Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Gli autori dell’atlante hanno creato anche una mappa parallela che cattura la posizione geografica delle chiese coinvolte in attività di propaganda contro le minoranze sessuali: «Non vedo nessuna correlazione significativa tra le due mappe. Le delibere vengono approvate da rappresentanti eletti nei luoghi dominati da un elettorato conservatore. Le parrocchie invece non hanno bisogno di nessuna legittimazione elettorale e possono raccogliere firme in un tutto il paese», spiega l’attivista polacco. Jakub Gawron è originario della Precarpazia, una delle roccaforti del partito della destra populista Diritto e giustizia (PiS), ininterrottamente al potere dal 2015.

L'attivisimo LGBT in Polonia e l'Europa

Anche Bartosz Staszewski, autore del progetto fotografico Zones, ha trascorso gran parte della sua vita nel Sudest polacco contribuendo a organizzare il primo pride nella città di Lublino. Per Staszewski non è stato facile trovare delle persone disposte a posare all’ingresso della propria comunità accanto a un cartello stradale giallo con la scritta «Zona libera da LGBT» nei comuni che si sono distinti per delle delibere ingiuste e offensive. «Fino ad ora sono riuscito a trovare 8 volontari in tutto su una quarantina di comuni dove ho piantato per qualche ora il mio segnale per una rapida sessione fotografica», racconta Staszewski, autore anche del documentario Article 18 (2017) sulle speranze della comunità LGBT in Polonia, tradite già prima dell’ascesa politica del PiS. Le iniziative di Gawron e Staszewski sembrano completarsi a vicenda: è quasi come se il secondo riuscisse a dare un volto umano e ambientale alla «geografia dell’odio» tracciata con un lavoro certosino dal primo. Negli ultimi tempi per molti cittadini mappare l’intolleranza è diventato quasi un imperativo morale. C'è poco di cui sorprendersi: il fantasma del sindaco liberale di Danzica Paweł Adamowicz, assassinato due anni fa in piazza da un fanatico davanti agli occhi dei suoi concittadini, ancora aleggia tra le pieghe della coscienza nazionale dei polacchi. La situazione polacca è monitorata dal Parlamento europeo, le cui commissioni per le libertà civili e per i diritti delle donne e uguaglianza di genere hanno deciso di programmare un’audizione: rappresentanti della società civile a confronto con la commissaria per l’uguaglianza Helena Dalli. Si parlerà dei diritti che si assottigliano, delle discriminazioni, dello Stato di diritto. Concetti sui quali - e il recente rapporto Ilga, che monitora i diritti delle persone Lgbt in Europa, lo dimostra - anche l’Italia è chiamata a un maggiore impegno. Il timore è che - se non opportunamente arginata - la deriva in corso possa avvicinare molto, in futuro, l’Italia alla strada di intolleranza già tracciata in Polonia.

Le politiche anti-LGBT in Italia

«Il governo Draghi ci sembra un po' vintage, in salsa prima Repubblica», ha dichiarato Fabrizio Marrazzo, portavoce del partito Gay per i diritti LGBT+. Sei ministri su 23, che in passato si sono espressi con posizioni omofobe, non lasciano sperare nulla di buono, almeno secondo Marrazzo. Ebbene sì, l'aggettivo “vintage” può’ essere usato in senso vagamente dispregiativo quando l’aria che tira in giro è stantia. A proposito, chi l’ha visto il DDL Zan nell’agenda del governo Draghi? Certo, un’eventuale approvazione della legge contro l’omotransfobia, attesa ancora al Senato, porterebbe una boccata d’aria fresca. Resta il fatto che l’Italia è uscita con le osse abbastanza rotte dall’ultimo rapporto di Ilga-Europe. I politici italiani sono tra i più “prolifici” d’Europa nei discorsi anti-Lgbt. «Non esistono alternative al nucleo familiare naturale, [ne farebbe le spese] il concetto di educazione. Al padre sono demandate le regole, alla madre l’accudimento. Altre forme sono sbagliate»: questa d’altronde, non è un’affermazione polacca ma tutta italiana. Un concetto - espresso dal consigliere Ciccioli di Fratelli d’Italia -, che precede una proposta di legge regionale che se approvata porterebbe aiuti e sostegni solo alle famiglie che, nelle Marche, sono riconosciute come “naturali”. Si tratta di un atto concreto che riporterebbe il dibattito indietro di trent’anni. I cartelli polacchi LGBT free a quel punto sarebbero dietro l’angolo, e non ci sarebbe mezzo gaudio nel mal comune dell’intolleranza.

Il discorso contro le zone anti-LGBT in Polonia di Terry Reintke
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