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Oggi in Italia quindicimila ragazze rischiano la mutilazione genitale

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C’è chi le chiama ‘rito di purificazione’, chi ‘cucitura’: le mutilazioni genitali femminili portano tanti nomi quanti sono i luoghi in cui si praticano. Per molte donne è un fattore culturale, una ‘festa’, che dall’Africa trascinano di Paese in Paese come migranti. Perché una femmina non ‘tagliata’ è giudicata non solo una poco di buono, ma anche meno attraente. Riti incisi nella carne e nel sangue delle bambine che restituiscono donne mutilate che non sanno di esserlo e realtà distorte.

Storie di donne mutilate

Quando Eshe sposa un suo connazionale etiope, tutto sembra andare per il meglio. Ha una vita sessuale sana, con orgasmi, pur essendo stata infibulata da bambina. Ma poi il marito si innamora di un’altra donna e quello che per lui era stato motivo di attrattiva, quella cicatrice in mezzo alle gambe, diventa motivo di disgusto. «Tu non sei una vera donna, sei stata tagliata, voglio una donna completa», le dice. Dopo qualche anno Eshe incontra un altro uomo, ma non prova più piacere sessuale. Nella sua testa rimbomba quello che le ha detto il primo marito: «Non sei una vera donna». E così Eshe si rivolge a una clinica per la ricostruzione clitoridea. «Non mi sento una donna completa», dice ai dottori. Ma le ferite più che fisiche sono mentali, tanto che decide di sottoporsi a lungo un percorso psicologico per ritrovare la propria identità. Kamali invece chiede ai medici di essere nuovamente richiusa. «Voglio presentarmi a mio marito come se fossi vergine, per un uomo è una soddisfazione aprire la cicatrice». Non sa che in Italia le mutilazioni genitali sono proibite. Deve accontentarsi di rivolgersi alla sua comunità, nella distorta speranza di trovare qualcuno disposto ad assecondarla. Storie di donne alla ricerca della loro femminilità perduta e confusa. Nel centro dove lavora Yvette Samnick, scrittrice e mediatrice culturale, ci sono due ragazze che sono state mutilate. «Vengono dalla Nigeria e quando provo ad affrontare il discorso con loro, si ritraggono. Una addirittura è sfigurata in viso», spiega a VD Yvette. «Per loro però è una particolarità culturale. Non riconoscono la violenza sulle donne e non la respingono per questo motivo. Non la vedono, non la capiscono. Il problema più grande è che queste ragazze tendono a vivere in comunità dove si riproducono modelli culturali dei Paesi di origine. Ecco perché si parla tanto di mutilazioni genitali anche in Italia. Si portano dietro il peso della loro cultura».

Le mutilazioni genitali in Italia

La dottoressa Lucrezia Catania è la ginecologa che nel 2003, insieme al marito Omar Abdulcadir, ha aperto a Firenze uno dei primi centri per la prevenzione e la cura delle complicanze legate alle mutilazioni genitali. «Nel nostro Paese le mutilazioni genitali femminili sono vietate dalla legge n.7/2006, ma continuano a essere praticate nell’illegalità», spiega a VD. Secondo l’Eige, l’istituto per l’uguaglianza di genere in Europa, si stima, infatti, che in Italia dal 15 al 24% delle 76.040 ragazze provenienti da Etiopia, Egitto, Senegal, Nigeria, Burkina Faso, Costa d'Avorio e Guinea, siano a rischio di mutilazioni genitali femminili. Hanno tutte tra 0 e 18 anni. Per gli organismi internazionali si tratta di una grave violazione dei diritti umani, per molte donne, invece, fa parte di una tradizione senza la quale non si sentirebbero complete. «Le storie che queste donne portano sono disparate perché sono diversi i tipi di mutilazione. Le complicazioni, di conseguenza dipendono dalla tipologia, da dove è stata fatta e a che età». Se è una bambina e povera la mutilazione genitale femminile viene praticata nei villaggi senza anestesia, senza antibiotici, utilizzando argilla, terra, uovo come medicinali, mentre se appartiene a un ceto più alto viene affidata a un medico. Spesso le mutilazioni genitali sono fatte con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. La complicazione più grave è la morte. «Le complicanze possono essere nulle, a parte il dolore immediato e la paura o il trauma che si può ripresentare a distanza di anni sotto forma di un disturbo da stress post-traumatico: il parto o un intervento chirurgico sui genitali può riscatenare ricordi, terrori e paure che la donna crede di aver dimenticato. La mutilazione avviene come una festa. Tanto che molte pensano che tutte le donne siano così in mezzo alle gambe. C’è una rimozione di questi ricordi da parte di queste donne. Per il medico non si tratta di aprire l’ingresso di una vagina e basta», racconta Catania. Le complicazioni fisiche più importanti sono quelle causate dalla infibulazione, dove si asporta la clitoride, si rimuovono le piccole labbra e si cuciono le grandi labbra, lasciando un piccolo foro per la pipì e il sangue mestruale, e dalla mutilazione definita dalle linee guida come di tipo ‘2c’, che vede la rimozione parziale o totale della clitoride, delle piccole labbra, delle grandi labbra. «I disturbi possono essere di natura sessuale, andando quindi a intaccare il piacere sessuale, urinario, ginecologico, oltre che psicologico. Tante donne prima del coronavirus ci chiamavano per la deinfibulazione, cioè per l’apertura della cicatrice che chiude l’ingresso della vagina, sia per avere una vita sessuale normale, sia per poter partorire in modo naturale ed evitare di avere dolori allucinanti durante le mestruazioni». Poi ha preso piede il tema della ricostruzione clitoridea, in risposta alla rimozione della parte visibile della clitoride. «Molte ragazze che hanno preso consapevolezza della mutilazione subita, anche se hanno una vita sessuale buona, vogliono la ricostruzione della parte esterna dell’organo. Lo chiedono per riappropriarsi di un’identità che è sparita. Ed è quasi assurdo: la motivazione con cui viene rimossa è per dare un’identità femminile alla bambina, che altrimenti avrebbe, secondo le credenze locali, un mini pene. Quando però queste donne si accorgono che la loro femminilità è stata amputata, la loro identità completa viene raggiunta con la ri-esposizione della clitoride». Ma credere che sia una pratica legata a una specifica religione è sbagliato. «In Occidente abbiamo sempre creduto che fosse una pratica legata all’Islam, in realtà l’Islam l’ha forse tollerata di più. Ma si trovano donne mutilate tra le cristiane, come tra le ebree. Le bambine di religione copta, ad esempio, non possono entrare in chiesa se non erano state prima purificate. Sono pratiche antichissime, forse legate a vecchi riti sulla fertilità, su cui gli antropologi si stanno ancora interrogando».

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