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Un modo per festeggiare le donne? Aboliamo la Tampon Tax e il gap salariale

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Quando il marketing esagera, chi ci guadagna non è certo il consumatore e, con la Pink Tax, ancor meno la consumatrice. Quello che in Italia si è tradotto con “Tassa Rosa” è un fenomeno transnazionale che si ha quando identici prodotti vengono venduti a prezzi diversi secondo il target di genere cui sono destinati. Viene infatti anche chiamata Gender Tax. La disparità crea di fatto una sovratassa discriminatoria che, legato al già preoccupante gap salariale, ha un impatto finanziario significativo sul bilancio del genere femminile. Si parla di prodotti legati alla cura del corpo (rasoi, deodoranti, profumi, etc.), ma anche di penne, biciclette, mutui, assicurazioni e trasporti. Per fare un esempio (ma ne troverete molti altri con una semplice ricerca) un’indagine svolta dal Times nel 2016 rivela che, in UK, le donne pagano in media il 37% in più per giocattoli, cosmetici e vestiti.

La Pink Tax è legata all’uguaglianza di genere

Nello stesso anno Boots (prodotti di bellezza) ha dovuto scusarsi e modificare i prezzi di alcuni prodotti dopo una petizione che accusava la compagnia di applicare prezzi discriminatori: £ 2.29 per una confezione da 8 rasoi da donna contro £ 1.49 per un pacco da 10 di rasoi da uomo. Inchieste e pressioni dal basso aiutano, ma non possono bastare a eliminare il gap; occorrono buone notizie dal fronte politico. Fortunatamente una arriva proprio dal Regno Unito dove, recentemente, Christine Jardine (Liberal Democratici) ha depositato un disegno di legge - Gender-based Pricing (Prohibition) Bill – che vieterebbe la differenziazione dei prezzi di prodotti sostanzialmente simili ad altri concepiti per un particolare genere. La Pink Tax, definita “tassa sessista” dalla Jardine, è già illegale in California. Aspettiamo di vedere come procederà l’Europa, dove per ora non se ne parla. Viene da chiedersi: il fenomeno riguarda solo una regolamentazione dei prezzi? Sì e no. La Pink Tax è un aspetto di una questione più complessa e irrisolta: quella dell’uguaglianza di genere (gender equality). Inoltre è economicamente (e ideologicamente) cumulabile con il gap salariale: di fatto (almeno in Italia, ma non solo) se sono donna pago di più e guadagno di meno. Si potrebbe poi considerare un sottoinsieme della Pink Tax la già più nota Tampon Tax: l’imposta indiretta su assorbenti e mooncup.

In Italia gli assorbenti sono tassati come beni di lusso

Nonostante nel 2006 una direttiva dell’Unione Europea indicasse come beni che possono essere assoggettati ad aliquota ridotta quelli utilizzati per fini di contraccezione e di protezione dell'igiene femminile, in Italia gli assorbenti (e i pannolini) si trovano stabilmente nella fascia d’imposta dei beni di lusso e sono quindi tassati al 22%, come automobili, pellicce e cellulari. Viene da ridere se non ci fosse da piangere a trovare tra i beni primari - con un’aliquota al 10% - birra, cioccolato, tartufo e francobolli da collezione. Mantengono aliquote alte ( tra il 25 e il 27% anche Danimarca, Svezia, Norvegia e Ungheria). Nel parlamento italiano il tema della Tampon Tax ha fatto capolino raramente e timidamente. Nel gennaio del 2016 alcuni parlamentari di Possibile hanno depositato una proposta di legge – la Tampon Tax appunto - nella quale si pensava a una riduzione dell’aliquota fino al 4% - quella dei beni essenziali. La proposta non è mai stata presa in considerazione e le reazioni politiche e mediatiche sono state variegate e spesso ridicolizzanti. Durante la passata legislatura il presidente della Commissione Igiene e Sanità Pierpaolo Sileri (M5s) ha presentato un disegno di legge al riguardo, ma la discussione è stata rimandata. Anche su questo fronte si aspettano sviluppi tradizionalmente tardivi. Guardando all’Europa, applicano riduzioni d’imposta sull’igenico-sanitario femminile: Francia, Belgio, Paesi Bassi, UK e prossimamente Spagna. In Irlanda non c’è sovratassa. Nel resto del mondo gli esempi virtuosi non mancano. Nel 2015 il Canada ha cancellato la tassazione sugli assorbenti seguito dagli stati di New York, Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Jersey e Pennsylvania. Nel 2018 è toccato a India e Australia. È stata azzerata la tassazione anche in Nigeria, Libano, Giamaica, Nicaragua. In alcuni paesi si sono addirittura avviati progetti di distribuzione gratuita (Kenya, Scozia).

Il gap salariale italiano è uno dei peggiori d'Europa

«L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa» ha dichiarato Mario Draghi il 17 febbraio del 2021. «Oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro». Come il Centro Studi UIL ha spiegato a VD, l'Osservatorio sulle Retribuzioni dei lavoratori italiani ha segnalato che a livello aggregato, una donna percepisce una retribuzione mediana netta pari a 1.367 €, 110 € in meno di un uomo (1.477 €). In un inquadramento basso la busta paga mediana netta di un uomo si attesta a 1.418 €, mentre quella di una donna si ferma a 1.200. Una differenza di circa 220 € (il 15%). In un inquadramento medio una donna percepisce una retribuzione mediana netta di 1.428 €, mentre quella di un uomo si assesta a 1.503 € (+75 €). Questa disparità è una delle cause del basso posizionamento (76° posto) dell'Italia nella classifica dell'ONU sui diritti delle donne.

Un revanscismo conservatore sulle donne

Il fatto che in alcuni paesi la Tampon o la Pink Tax, così come il gender pay gap, siano considerati temi secondari è un dato sintomatico. Se infatti ampliamo la nostra percezione storica, l’ascesa dell’irrazionalità in politica (identitarismi, sovranismi e nazionalismi vari) va di pari passo con la pressione verso il restringimento dei diritti di tutti e delle donne in particolare. In questo senso è andato il XIII° Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families) a Verona: un movimento antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI classificato come “gruppo d’odio” dal Southem Poverty Law Center, che mosse i primi passi alla fine degli anni ‘90 quando l’ONU iniziò a organizzare conferenze sui diritti delle donne (al Cairo nel 1994 e a Pechino nel 1995). Sempre a Verona, nel quarantesimo anniversario della legge 194 per la depenalizzazione dell’aborto, il consiglio comunale ha approvato una misura “per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità” finanziando progetti pro-life. Per non parlare degli ormai famosi cimiteri dei feti, vere e proprie violazioni dei diritti civili delle donne. Si capisce da questi pochi spunti che la Pink Tax è una delle tante punte dell’iceberg di un problema che molti non vogliono risolvere.


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