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pedofilia

Un milione di minori italiani sarebbe stato vittima di preti pedofili

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Sul sito di Rete L'ABUSO, l’associazione che si occupa di chi è sopravvissuto agli abusi di preti pedofili, c’è una mappa colorata da tanti puntini. Le macchie gialle, rosse e nere riempiono tutto lo spazio, alcune, addirittura, si sovrappongono. Ogni puntino rappresenta un caso di pedofilia perpetrato da un sacerdote, da chi dice di aver consacrato la vita a Dio e al bene degli altri. «Avevo quindici anni quando il prete della mia parrocchia abusò di me», racconta a VD Francesco Zanardi, presidente di Rete l’abuso. Gli abusi erano iniziati già a 11 anni. «Ho sofferto molto. Poi è venuta la voglia di ottenere giustizia». E così è nata l’unica associazione italiana che si occupa degli abusi sessuali del clero. «Siamo attivi dal 2010. Al momento abbiamo 1.300 sopravvissuti all’interno dell’associazione». Secondo i dati di Rete L'ABUSO il numero dei preti pedofili oscillerebbe tra i 1.000 e 4.000, mentre i minori violentati potrebbero essere fino a un milione, secondo un calcolo al ribasso sugli ultimi 15 anni. Ma molti dei casi, spiega Zanardi, sono andati in prescrizione. Complici buchi normativi e il diffuso servilismo delle istituzioni nei confronti della Chiesa.

Sopravvivere a un abuso da parte di un prete pedofilo

«Ero un ragazzino. Mi ricordo che ho lasciato amici e ogni altro tipo di legame per allontanarmi dalla parrocchia, che mia madre, da cattolica praticante, mi spingeva a frequentare come chierichetto», ci dice Francesco Zanardi. «Un anno dopo, a sedici anni, ho cominciato a drogarmi. L’ho fatto fino a trent’anni. E fino a trent’anni non ho avuto rapporti sessuali perché quando mi si avvicinava qualcuno mi veniva la pelle d’oca». Francesco era spaventato anche da un bacio. «Ero traumatizzato da quello che avevo subito da parte del parroco. La mia psiche mi impediva di avere rapporti affettivi. E di questo mi sono accorto verso i quarant’anni». Per una vittima di pedofilia è normale cadere vittima della dipendenza da alcool o droghe, spiega Francesco. «Anche se non ci si rende conto che accade a causa del trauma enorme subito. Anzi, spesso, si pensa di non aver avuto una vita normale perché si è drogati o alcolizzati». Metabolizzare quello che è accaduto ha richiesto moltissimi anni.

«È stato un lavoro lungo e profondo, soprattutto se si è soli. Ho maturato il mio trauma a quasi quarant’anni, nel 2009». Ma quando ha deciso di denunciare, Francesco si è reso conto del primo grande ostacolo: la prescrizione. «All’epoca era ancora fissata a 10 anni», spiega. «Insieme ad altri sopravvissuti, ho quindi cercato associazioni che ci appoggiassero. E in effetti, in Italia, ci sono molte associazioni antipedofilia. Ma quando raccontavamo di essere stati abusati da un prete, ci rispondevano che non si occupavano di questioni legate al mondo clericale. Nessuno si voleva assumere l’onere, perché il rischio è quello di essere oggetto di continue querele». E così è nata Rete L'ABUSO, che all’inizio era più che altro un gruppo di auto aiuto. «Poi è sorta in noi la voglia di ottenere giustizia: nel 2012 sono riuscito a far condannare il prete che mi ha violentato non per gli abusi che ho subito io, ma per quelli perpetrati su un altro ragazzo nel 2005».

Il rapporto francese sui casi di pedofilia nel clero

Secondo la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa, sono 216mila i casi di violenze contro i minori che sono stati perpetrati in Francia nel corso degli ultimi 70 anni. Una stima al ribasso, che sale a 330mila se si aggiungono anche gli aggressori laici. E intanto, al di qua delle Alpi, il Tribunale Vaticano ha prosciolto due preti accusati di abusi sessuali su un chierichetto del Papa. Secondo i giudici, infatti, se da un lato «devono ritenersi accertati i rapporti sessuali, di varia natura e intensità, tra l’imputato e la persona offesa», dall’altro mancherebbe «la prova per affermare che la vittima sia stata costretta». «Stando ai dati che abbiamo raccolto, in Italia operano 50mila preti», spiega Zanardi. «Nel nostro Paese, è probabile che ci sia una percentuale di casi di pedofilia da parte del clero molto più alta di quella francese: in Francia, infatti, i consacrati sono solo 30mila».

«Ma in Italia nessuno si interessa di questo problema. Basti pensare che il certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote adottata dal Consiglio d’Europa, non si applica ai sacerdoti e al mondo del volontariato. Senza contare che i vescovi, in Italia, non essendo pubblici ufficiali sono sollevati dall’obbligo della denuncia. E nessun vescovo ha voglia di dire alla propria diocesi “avevamo un pedofilo in casa”». Poi c’è il problema legato alla prescrizione. «Di solito ci vogliono almeno 30 anni per maturare il trauma. Eppure la pedofilia non è una malattia, non passa: se ce l’hai, te la porti avanti tutta la vita. Ecco perché bisognerebbe fare degli accertamenti dopo la denuncia da parte di un sopravvissuto, a prescindere dalle tempistiche per la denuncia». E soprattutto cominciare a estendere anche ai membri della Chiesa l’obbligatorietà del certificato di antipedofilia: una misura che potrebbe restituire maggiore trasparenza alle istituzioni clericali e ispirare maggiore fiducia nei religiosi.

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