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violenza di genere

Un percorso di rieducazione per uomini violenti

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«Un giorno durante l’ennesimo litigio ho perso completamente il controllo e le ho stretto le mani attorno al collo. Fortunatamente ho subito realizzato cosa stessi facendo e sono riuscito a fermarmi. Nei giorni successivi ci ho riflettuto, mi vergognavo di me stesso...così, ho deciso di affrontare un percorso psicoeducativo per uomini autori di violenza al Centro Ares, il CUAV del mio territorio». Franco, uomo veneto di quarantadue anni, ha una forte storia di violenza domestica alle spalle. Dopo alcuni anni di convivenza con la sua compagna, ha cominciato a manifestare degli scatti di rabbia incontrollati: «All’inizio alzavo la voce, la insultavo, battevo i pugni sul tavolo, lanciavo gli oggetti...poi, quando mi calmavo, capivo di aver sbagliato e ne soffrivo». Come Franco, pure Marco ha avuto un passato violento. Nato in Friuli, a trent’anni si è trasferito insieme alla moglie in provincia di Vicenza per lavorare nel personale scolastico. «La nostra relazione è peggiorata nel periodo della pandemia. Credo che le incertezze e le chiusure dovute al Covid abbiano influito sulla nostra comunicazione, così come il fatto di non avere figli e di essere stati per questo motivo un po’ accantonati dalle coppie di amici».

Nel 2023, il 93% delle persone uccise dal partner era donna. Si tratta di un dato allarmante, che fotografa però soltanto l’aspetto più drammatico ed estremo della violenza maschile. Lo studio di Save the Children e del Servizio Analisi Criminale della Polizia di Stato ha osservato che nell’ultimo anno le richieste di aiuto delle donne per episodi di violenza domestica sono state quasi 14 mila. Nella maggior parte dei casi, l’autore risulta connesso alla vittima da una relazione sentimentale attuale o passata: nel 43,2% dei casi, la violenza è agita dal coniuge o ex coniuge; nel 18%, invece, dal semplice partner. Al fine di contrastare la violenza maschile, negli ultimi anni sono nati i Centri Uomini Autori di Violenza (CUAV), strutture a cui hanno accesso gli uomini che intraprendono un percorso di responsabilizzazione e di cambiamento rispetto alle azioni violente perpetrate ai danni delle partner. «Nei CUAV – spiega lo psicologo Brian Vanzo, direttore del Centro Ares di Bassano del Grappa – gli uomini sono inviati dagli Uffici per l’esecuzione penale esterna o dai servizi sociali dei comuni. Altre volte, si rivolgono ai centri all’interno di un percorso giudiziario, in maniera spontanea o sotto il consiglio della compagna». Di solito, i percorsi si strutturano attraverso programmi individuali o di gruppo, della durata di un anno o di quindici mesi: «In entrambi i casi – afferma Vanzo – prevediamo quattro fasi: esplorazione della situazione che ha portato il maschio a essere violento, assunzione delle proprie responsabilità, riconoscimento della donna come altra rispetto ai propri pensieri, desideri e volontà di controllo; infine, si rafforzano i progetti di vita del maschio al fine di aiutarlo a cambiare le condizioni prospettiche e relazionali che potrebbero riportarli a recidivare».

Ma quali sono i motivi della violenza? «Non ero né geloso né possessivo...», racconta Franco. «Non avevamo preoccupazioni, tantomeno una situazione familiare complicata. Litigavamo su argomenti futili, durante i quali perdevo la calma. Quando non riuscivo a far valere le mie ragioni e mi sentivo sottomesso mentalmente diventavo rabbioso. A dire il vero, non capivo quali fossero in me le cause, tendevo piuttosto ad attribuire alla mia partner la responsabilità degli accessi d’ira». Anche Marco attribuisce la sua violenza all’incapacità di accettare le idee e i giudizi altrui: «Quando mi parlava, mi sentivo costantemente sotto pressione, svalutato... non sapevo mettere una distanza, sentivo di dipendere troppo dalla sua opinione. Abbiamo iniziato a litigare sempre più spesso. Una sera in preda alla rabbia le ho dato una spinta, lei è caduta e io ho capito di aver passato il segno».

Dopo i primi episodi di maltrattamento fisico e psicologico, Franco ha deciso di rivolgersi al CUAV e d’intraprendere un percorso di vera e propria rieducazione maschile: «Ho cominciato un programma di sedute settimanali con una psicologa che mi ha aiutato a prendere consapevolezza circa le cause dei miei comportamenti violenti. Mi hanno insegnato a riconoscere le emozioni, a gestire la rabbia e l’aggressività, ad avere una capacità introspettiva maggiore, a riconsiderare le mie aspettative verso gli altri e verso me stesso. Dopo due anni – conclude Franco – quando ormai stavo molto meglio, il CUAV mi ha proposto di continuare a frequentare degli incontri di gruppo, che seguo ancora oggi».

Sulla reale efficienza dei programmi messi in atto dai CUAV nel contrasto alla recidiva non ci sono molti dati. La valutazione viene realizzata soltanto nel 59% dei CUAV attraverso un’autovalutazione, mentre solo una minoranza di strutture la svolge attraverso organismi esterni specializzati. «A me ha decisamente aiutato», afferma certo Franco. «Per quella che è la mia esperienza, credo che centri di questo tipo andrebbero diffusi in maniera capillare. Tuttavia, il problema della violenza maschile è enorme e quindi bisogna agire anche in senso preventivo, al di fuori dei CUAV, attraverso tutte le forme di comunicazione possibili. I maschi violenti – conclude l’uomo – sono molti di più di quelli in trattamento in questi centri».

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