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Luana D'Orazio è solo l'ultima vittima di un mondo del lavoro malato

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Ieri sono state chiuse le indagini sulla morte di Luana D’Orazio, 22enne di Pistoia trascinata e stritolata da un orditoio nell’azienda tessile di Montemurlo dove lavorava il 3 maggio scorso. Luana lavorava con un macchinario manomesso dall’azienda ed è deceduta per un aumento della produzione dell’8%.

Il problema dell'Italia col lavoro

Ma Luana non è l’unica lavoratrice sacrificata sull’altare della produttività. C’è una pandemia “bianca” che si porta via più di tre persone al giorno: sono state, infatti, 1.270 i morti sul lavoro in Italia nel 2020, 181 in più rispetto ai 1.089 del 2019 (+16,6%). Se i decessi in itinere, che si verificano cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro, sono diminuiti di quasi un terzo, da 306 a 214 (-30,1%), quelli in occasione di lavoro – stando ai dati forniti dall’Inail – sono invece aumentati del 34,9%, da 783 a 1.056. Eppure le denunce sono in calo del 13,6%, complice, spesso, la paura di ritorsioni. Perché, come spiega il SI Cobas, chi parla “subisce conseguenze”. Anche gravi. Per non parlare delle partite IVA e dei precari: nel recente studio La precarietà occupazionale e il disagio salariale, condotto dalla Fondazione Di Vittorio, in Italia sono circa 5,2 milioni gli occupati con un lavoro precario involontario e un salario medio al di sotto dei 10mila euro annui.

Poi ci sono i lavoratori irregolari come i braccianti che stanno nei campi per 10-12 ore per 30 € al giorno (ben al di sotto della soglia minima legale di 47 € per 8 ore). Ma nelle loro tasche rimane molto meno: 10 € vengono consegnati al caporale per il viaggio, 3,50 per il panino e 1,50 per la bottiglietta d’acqua. Alcuni braccianti sono pagati addirittura a “cottimo”: dai 3 ai 4 € per ogni 300 kg di pomodori, raccolti fumando hashish mescolato a tabacco o sotto l’effetto di antidolorifici per ingannare la fatica e senza la possibilità di usare il bagno. Inoltre 4 braccianti su 10 sono donne. Vale a dire il 42% dei lavoratori. Si tratta di italiane, romene, nigeriane che di giorno lavorano nei campi, a volte spacciando sostanze stupefacenti, mentre la notte si prostituiscono nei ghetti, i ‘non luoghi’ dove si vive al limite della sopravvivenza, tra spazzatura alta oltre un metro e mezzo e servizi igienici del tutto assenti.

Angoli oscuri di un mondo del lavoro che, in altre parti del mondo, viaggia su tutt’altri binari, come in Islanda, in Corea del Sud, in Giappone e in Nuova Zelanda dove si stanno provando approcci che riducano le ore di lavoro aumentando, al contempo, la produttività.

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