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Se lavorassimo quattro ore al giorno non ci sarebbero disoccupazione né burnout

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Nel 1935 il premio Nobel Bertrand Russell scriveva nel suo saggio Elogio dell’ozio che «se il salariato lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe una produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe». E in effetti, almeno secondo l'antropologo statunitense Marshall Sahlins, già i nostri antenati calibravano il tempo da dedicare a caccia e agricoltura in base alle loro necessità. Niente culto sfrenato del lavorismo, dunque. Lo stesso culto che ha portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare il burnout, l’esaurimento emotivo causata da stress lavorativo, malattia professionale. «A scuola impari che hai il diritto di votare, ma non impari nulla sui tuoi diritti sul luogo di lavoro», ha detto la giornalista americana Sarah Jaffe, autrice del libro "Work won’t love you back" (Il lavoro non ricambierà il tuo amore), in un’intervista a VD. «Quando le persone sentono di doversi “guadagnare” il loro lavoro e diventa difficile ribadire i propri diritti». E riappropriarsi della propria salute.

Lo stress da lavoro e la sindrome da burnout

Nel 2015 il copilota Andreas Lubitz si schianta volontariamente con un aereo della Germanwings. È la prima volta che sui giornali italiani si parla di burnout. Improvvisamente, molti si scoprono malati di lavorismo. «Pensavo al burnout come a una cosa che poteva capitare, certo. Ma non a me», racconta Simone a VD. «Pensavo di essere perfettamente in grado di gestire l’enorme stress e l’ansia che derivavano dal mio lavoro. In fondo era la mia vita, il lavoro che ho scelto e del quale ero innamorato».

Simone era il graphic designer di una grande azienda immobiliare londinese. Progetti importanti e deadline stringenti: «Capitava di lavorare anche 16 o 17 ore al giorno, e accumulavo anche 150 ore di straordinario». È una sera come tante, dopo una giornata stressante come tante, quando il padre chiede a Simone come sta. È in quel momento che Simone ha un tracollo emotivo. I genitori gli raccontano l’intera vicenda in ospedale, quando la crisi è ormai alle spalle: «Mi hanno detto che ho cominciato a correre, ricordo queste palpitazioni fortissime e una crisi di pianto. Mi hanno ritrovato fra gli ulivi, lontano da casa, steso a terra».

È il suo primo attacco di panico, a cui seguiranno altri attacchi nei mesi seguenti, ed è l’inizio di un percorso a ostacoli per recuperare il benessere psicofisico. L’azienda per cui lavora, però, a gennaio gli dà il benservito. Fino a quel momento le performance di Simone erano tra le più alte dell’intero gruppo. «Da quando sono stato in ospedale ho dovuto iniziare la terapia, prendere due mesi di malattia al lavoro. Da quando sono crollato sono diventato un pericolo per l’azienda, che infatti – nonostante le mie performance – mi ha licenziato a gennaio. Ora prendo psicofarmaci, mi hanno prescritto riposo assoluto e passeggiate». E a Simone hanno consigliato il sole. «Dopo un esaurimento i nervi hanno bisogno di rigenerarsi: esporsi al sole libera endorfine che aiutano a tenere i livelli di stress sotto controllo. È un consiglio che vorrei dare a tutti: concedetevi una pausa al sole ogni tanto». Naturalmente non è abbastanza, ma un buon inizio.

Lavorare meno si può

Il tempo non è denaro. Lo dimostra il successo riscosso in Islanda dalla settimana lavorativa di quattro giorni, a salario invariato. Iniziative simili sono state intraprese da Corea del Sud e Giappone e dalla Nuova Zelanda. E adesso ci prova anche la Scozia. Nel 2019, la divisione nipponica di Microsoft aveva sperimentato la giornata lavorativa di quattro ore sui suoi 2.300 dipendenti, nell’ambito del progetto Work-Life Choice Challenge. Il risultato? La produttività era schizzata al 40%. L’obiettivo era quello di favorire l’equilibrio tra vita privata e lavorativa, perché nel Paese le morti per troppo lavoro sono così frequenti che spesso le aziende prevedono specifici indennizzi alle famiglie delle vittime.

«La tecnica moderna consente che il tempo libero, entro certi limiti, non sia una prerogativa di piccole classi privilegiate, ma possa essere equamente distribuito tra tutti i membri di una comunità», scriveva ancora Bertrand Russell. «L’etica del lavoro è l’etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi». Anzi, ha bisogno di creatività e di curiosità scientifica perché al progresso si accompagni anche lo sviluppo.

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