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medio oriente

Abbiamo parlato con i giovani di Beirut che vogliono la rivoluzione

Piazza dei Martiri a Beirut, capitale del Libano, ribolle di rabbia sotto il sole di fine estate. «La nostra non è una rivolta. È una rivoluzione». Una rabbia giovane e gioiosa, che corre per le strade della capitale libanese, ormai semidistrutta dopo l’esplosione al porto del quattro agosto scorso. «L’unico modo di vivere che conosciamo è la rivoluzione, è la lotta contro il regime», ci dice Samer, prima che la connessione salti a causa del razionamento dell’elettricità. E intanto, la meglio gioventù libanese pensa a darsi un’organizzazione, per combattere malgoverno e corruzione.

La situazione a Beirut

L’esplosione al porto causata da un incendio all’interno di un deposito di nitrato d’ammonio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le proteste antigovernative erano infatti iniziate a ottobre scorso, dopo che il governo dell’ex primo ministro Saad Hariri aveva annunciato una tassa sui messaggi vocali di WhatsApp. E così, i giovani si sono presi le strade. «Immagina un sistema politico più corrotto di quello italiano e un sistema economico-finanziario basato su uno schema Ponzi», ci racconta Nour. Una truffa di Stato, secondo molti analisti. Nour ha 27 anni e lavora in un’agenzia pubblicitaria. La sua casa era proprio davanti al porto. Il suo ragazzo Samer ha 30 anni e fa parte del movimento Minteshreen, che in arabo ha un doppio significato: “da ottobre”, data di inizio della rivoluzione, e “diffuso”. Dopo l’esplosione al porto hanno organizzato collette alimentari e si sono impegnati nella ricostruzione. «Puntiamo a cambiare il Paese. Sappiamo che è molto difficile», ci dicono. Nour e Samer si sono conosciuti quando Beirut era ancora una città giovane e viva. Ci raccontano che dopo l’esplosione, il governo li ha lasciati soli. «Diverse ONG stanno cercando di aiutare le persone. Distribuiscono cibo, ricostruiscono le finestre e le case, perché lo Stato non c’è. Il nuovo primo ministro Mustafa Adib? Viene dal nulla, non ha un’agenda politica precisa. E per il momento si sta omologando al regime».

La crisi economica in Libano

Il risultato della politica economica a schema Ponzi, attuata dalla banca centrale, è stata una svalutazione senza precedenti della lira libanese. A marzo il debito pubblico era pari a circa 77 miliardi €, pari al 150% del PIL. Con i soldi stoccati nelle banche, è diventato difficile anche comprare il pane. «Non possiamo più viaggiare perché non possiamo più convertire i nostri risparmi in dollari e non abbiamo soldi per riparare le nostre case. Gli assorbenti costano l’equivalente di 20 euro adesso. E il governo cosa ha fatto? Ha fatto sparire le duemila tonnellate di tè donate dallo Sri Lanka», spiega Nour. «Non abbiamo nemmeno l’elettricità, né un sistema di trasporto pubblico. Non possiamo bere nemmeno l’acqua che usiamo». Nel Paese non esiste più la classe media e il tasso di povertà è raddoppiato rispetto al 2019, passando dal 28% al 55%. «Un paio di Nike costa un intero stipendio ora. Io e Nour veniamo da un background privilegiato e non dobbiamo preoccuparci di quello che abbiamo sulla tavola, ma molti altri nostri amici sì. È spaventoso».

La mancanza di diritti umani

Ora a Beirut sono tutti stanchi. Stanchi di sentir parlare dell’esplosione, stanchi di perdere case, stanchi delle file ai bancomat. «Siamo arrabbiati. Non è normale quello che stiamo vivendo. Ci mancano i diritti fondamentali. E siamo minacciati quando parliamo di politica. Non siamo al sicuro qui. Nour non dorme e non mangia: ha paura di tutto», dice Samer, che durante le manifestazioni dello scorso agosto è stato ferito a un braccio da un proiettile di gomma. «Quando Nour mi ha raggiunto in ospedale sono arrivate delle persone che hanno iniziato a picchiarci davanti all’esercito e alla polizia. Quando si sono accorti che lei stava riprendendo la scena con il cellulare, l’hanno strattonata e le hanno scaraventato via il telefono senza che polizia ed esercito intervenissero a proteggerla». Samer ci racconta che ormai non è raro essere sottoposti a interrogatori da parte della polizia solo perché si è parlato di politica in pubblico. «E magari passi pure un paio di notti in prigione». Samer e Nour sognano un Libano in cui i diritti fondamentali siano garantiti a tutti, dalle donne alle persone LGBT. «Hanno usato la religione per conquistarci e dividerci. Ma la mia generazione è più intelligente. Noi vogliamo il cambiamento».

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