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Perché dovrebbe importarci del Libano

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Prima che Beirut bruci. Di febbre, di crisi economica e instabilità politica. Perché se la casa del mio vicino va a fuoco, prima o poi le fiamme lambiranno la mia. E l’esplosione degli scorsi giorni è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di sofferenza per il popolo libanese, riportandolo indietro ai tempi della guerra civile.

Beirut a fuoco

Da martedì il lungomare della capitale libanese non esiste più, sepolto da vetri e macerie. Scene che ricordano un bombardamento aereo, che hanno lasciato a terra più di 100 morti e circa 4.000 feriti, tra cui tre militari della missione delle Nazioni Unite Unifil e la cooperante di una famosa ONG. La prima forte esplosione si è verificata nella zona del porto, cuore pulsante della città. A questa ne è seguita un’altra, ancora più forte. «Come Hiroshima», ha detto tra le lacrime il governatore di Beirut Marwan Daoud. Le esplosioni, secondo le prime ricostruzioni sarebbero state causate dal nitrato di ammonio, stipato in passato dalle autorità, forse nel 2013, e lasciato a se stesso in un deposito senza aver adottato adeguate misure di sicurezza. Un tempismo macabro se si considera che è atteso per domani il verdetto sul camion-bomba che nel 2005 uccise l’ex premier Rafiq Hariri e altre 21 persone proprio vicino al porto. Alla sbarra elementi di Hezbollah, che respingono però le accuse. «La mia casa si trova sulle colline della città», ci racconta Francesca, traduttrice. «Ero in bagno quando ho sentito un boato molto grande. Sono andata alla finestra e ho visto fumo verso il mare. Il tempo di ritornare verso la camera che è arrivata la seconda esplosione. Sembrava un bombardamento». E intanto Beirut si trova sbalzata ai tempi della guerra civile, tra accuse e rassicurazioni, ferita al cuore della sua economia, in un momento in cui crisi economica e sanitaria soffocano il Paese.

Perché deve importarci del Libano

Grande quanto metà della Toscana, il Libano accoglie un milione e mezzo di profughi siriani per sei milioni di abitanti, contro le poche migliaia accolte nel nostro Paese. Un favore che non sapremmo ricambiare, ripiegati e stretti nei nostri confini. A soli 3.000 chilometri dal nostro Paese, mentre sullo sfondo avanzano disoccupazione e Covid, si sta consumando la fine di quella che fino agli scorsi decenni è stata considerata la “Svizzera del Levante” e che adesso conta un buco di 90 miliardi di dollari. Non solo. Il Paese, ormai in default e con circa il 50% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, vede 1.076 militari italiani impegnati nella missione Unifil, che ha formalmente il compito di monitorare la cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah ma che di fatto rappresenta un’occasione ghiotta per il nostro Paese per mettere uno zampino in Medio Oriente. Le due esplosioni di martedì, frutto dell’ennesima svista del governo, rischiano, quindi, di aggravare una situazione drammatica che vede la popolazione libanese sensibile, come un equilibrista, anche alla più piccola scossa. Una situazione di cui potrebbe approfittare Hezbollah per destabilizzare la regione, in previsione di un futuro scontro con Israele, adesso che il premier Hassan Diab è relegato in un angolo dalle proteste dei cittadini. E la scossa potrebbe essere così potente da attraversare il mare e trasformarsi in una nuova ondata migratoria che, tra Covid e crisi dei migranti, né Italia, né Europa saprebbero gestire.

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