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disturbi alimentari

Come sono uscita da un gruppo pro anoressia

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Telegram squilla e una voce maschile, che si presenta come un ana coach, un istruttore per farti diventare anoressica, mi chiede peso e altezza. «Lo sai che sei una balena, vero? Ma voglio che tu sia felice», mi ripete, prima di chiedermi delle foto in intimo «mentre brucio calorie» e finire tra gli account bloccati. Mi chiedo cosa accade a chi finisce per crederci a quell’ultimo chilo da perdere, a quell’ultimo giorno di digiuno per non sembrare più una «balena». Sfuggire dalle grinfie di un ana coach o uscire dai blog pro anoressia è quasi impossibile per chi soffre di disturbi alimentari, come anoressia o bulimia. La sensazione è quella di essere finalmente capiti, con il dolore che si trasforma nella nuova zona di comfort. Periferie del web e dei social dove la malattia diventa uno stile di vita. Ma c’è chi riesce a spezzare la catena dei comandamenti pro ana e uscire dall’anoressia. Come Francesca, che ha raccontato a VD com’è sfuggita dalle chat e dai blog pro ana.

La storia di Francesca

«La mia ana coach mi diceva quando vomitare»: Francesca ha fatto parte delle chat pro ana, per dodici anni, fin da quando era quindicenne. «Era lei a dirmi quanto dovesse misurare la circonferenza della mia coscia e quanto peso dovessi perdere e in quanto tempo». Durante la malattia Francesca è arrivata a pesare 31 chili. La sua dieta giornaliera si componeva solo di una mela e di uno yogurt. «Cibo era la parola che non riuscivo a dire. Era tutto il disagio che provavo, un modo per rimandarlo indietro, una sorta di arma da scagliare contro di me e contro gli altri». Francesca è uscita dalla gabbia dei pro ana prendendo consapevolezza di «quanto fosse tossico e di quanto ti spingano ad affondare ancora più subdolamente nella malattia». «Dopo più di dieci anni di anoressia volevo solo guarire. I gruppi pro ana ti portano attraverso tantissimi atteggiamenti a fomentare la voce della malattia che hai dentro, creando degli squilibri maggiori. Le ana coach sono persone che invece di supportarti ad abbracciare la vita ti mandano incontro alla morte».

Schiavi e padroni nei blog pro anoressia

Il rapporto che si instaura all’interno di questi gruppi pro ana è infatti di tipo schiavo-padrone, con una persona, l’ana coach, che ha il potere di vita e di morte sulle altre. «C’era una ragazza, anche lei affetta da anoressia, che aveva il controllo assoluto sugli altri membri. Ci spingeva a fare a gara a chi mangiava di meno, a chi digiunava di più. Tendeva a lanciare sfide su quanto peso perdere nel più breve tempo possibile e se qualcuna esternava un problema e cercava un supporto rispetto al suo sentirsi in colpa, lei rispondeva impartendo degli ordini su come liberarsene. E noi obbedivamo per non essere umiliate». Un delirio di onnipotenza, tra bullismo e sadismo. «Non penso ci si avvicini a questi gruppi perché si vuole andare a morire. Ci si avvicina perché ci si sente soli, non si sa come fronteggiare l’anoressia o la bulimia». Francesca è riuscita da sola ad allontanarsi da questi gruppi. Quello di cui aveva bisogno era essere capita, andando oltre una famiglia assente e le violenze subite. «Avere a che fare con persone che hanno il tuo stesso disturbo alimentare ti fa sentire meno sola. Quando poi ho capito che i blog e le chat pro ana non sono creati per far gruppo ma per portare le persone direttamente al patibolo, allora ho mollato la presa, grazie anche ai percorsi di cura che ho intrapreso. E così sono rinata».

Il gruppo pro ana come setta

All’inizio ci si può avvicinare ai gruppi pro anoressia solo perché non si riesce a seguire una dieta. Ma poi si finisce come la rana nella pentola: bolliti a fuoco lento. «Sono gruppi privati su Telegram o su Whatsapp difficili da raggiungere. Funzionano esattamente come delle sette», spiega la dottoressa Annalisa Battisti, psicologa e psicoterapeuta. «C’è una persona, l’ana coach, altamente manipolativa. È una figura forte, che riesce a organizzare le persone intorno a sé, rendendole dipendenti da lei. Possiede delle caratteristiche che ricordano quelle del bullo, con una punta di sadismo. È lei a lanciare le sfide, come avere un punto vita grande come un foglio A4, e che spiega come trattenersi dall’impulso di mangiare». Ma come uscire dall’anoressia? «Ce la si può fare solo affidandosi a professionisti che avviino anche un percorso familiare. Perché anche la famiglia viene coinvolta in questo disturbo, sia come causa scatenante che come spettatore. Ma se la situazione è molto grave ci sono i centri in cui è previsto il ricovero, dove avviene una rieducazione totale. Si cerca di insegnare a vedere il cibo come un amico e non un nemico. Insomma, bisogna reimparare a vivere».

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