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Come liberarsi dal gas russo

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L’Ue importa il 43,9% delle sue risorse di gas naturale dalla Russia, il principale Stato fornitore sul continente anche di derivati dal petrolio. La guerra in Ucraina ha fatto capire ai 27 Stati membri dell’Unione europea che importare troppo gas naturale dalla Russia è stata una strategia poco lungimirante. Esiste, però, oggi un modo per emanciparsi da questo rapporto di dipendenza? Le soluzioni ci sarebbero, e sono diverse: dall’importazione di gas liquido dagli Stati Uniti, con l’utilizzo di rigassificatori all’utilizzo massiccio del nucleare, fino all’accelerare la produzione di energia dalle rinnovabili nell’Unione europea. Il mercato del gas in Europa: una forma di dipendenza.

La dipendenza energetica dell'Europa con la Russia

Nel primo semestre del 2021 le forniture di gas dalla Russia sono addirittura aumentate (46,8%). Gli unici altri partner con una quota significativa nel totale delle importazioni extra Ue sono stati la Norvegia (20%) e l'Algeria (12%). La quota globale di tutti gli altri Paesi che esportano gas naturale nell'Ue era del 24,3 % nel 2020 e del 21,1 % nel 2021 in termini di valore commerciale. Questa connessione all’importazione di gas naturale russo è stata definita da analisti e osservatori una forma di dipendenza economica e produttiva, che potrebbe portare inevitabili problemi di approvvigionamento nel medio e lungo periodo. Il rischio è la chiusura di interi settori produttivi e la carenza di stock per le future stagioni invernali.

Risparmio energetico e alternative (costose)

Il sistema europeo è «preparato e resiliente» e nel «breve periodo l’Unione europea non rischia un’interruzione nelle forniture», ha concluso il Consiglio europeo dei ministri dell’energia dei 27 Paesi Ue, riunito in una sessione straordinaria lunedì 28 febbraio. La riunione dei ministri Ue ha deciso di appoggiare la sincronizzazione della rete elettrica ucraina con quella europea – per emanciparla dalla rete russa, dalla quale è dipendente – che non avverrà presto: "una questione di giorni o settimane", ha detto la commissaria Ue all'Energia Kadri Simson.

Per il prossimo inverno, invece, l’Unione europea dovrà fare uno sforzo sul risparmio energetico e sull’apertura di nuovi mercati per l’acquisto di Gas naturale liquefatto (Gnl). Il Gnl potrebbe arrivare anche dagli Stati Uniti, anche se il prezzo da pagare sarà alto, perché il trasporto di questa risorsa, ridotta in forma liquida perché portata a bassissime temperature, è molto più costoso del gas che passa nei gasdotti marittimi, come succede per Nord Stream in Germania. Per trasportare gas liquefatto si alzano infatti i costi di messa in sicurezza, così come i costi di riconversione dal liquido al gassoso attraverso i rigassificatori.

Si tratta di una carenza strutturale in Europa, che non riguarda solo l’Italia: in un’inchiesta pubblicata da Die Zeit sulla dipendenza tedesca dal gas russo, si parla dei tentativi (nel 2020) di Olaf Scholz di raggiungere il mercato statunitense del Gnl, un investimento da 1 miliardo di euro, in cambio della fine delle sanzioni contro le aziende coinvolte nella costruzione di Nord Stream 2. L’aggressione militare russa dell’Ucraina ha fatto tabula rasa dei piani tedeschi di approvvigionamento: con il gasdotto gemello in stand by e l’azienda a rischio insolvenza, il ministro dell’Energia tedesco Robert Habeck ha affermato che «Le azioni necessarie per diminuire l'esposizione della Russia nell'industria energetica dovranno essere radicali». Tra queste c’è la costruzione dei due rigassificatori, preconizzati da Scholz già dal 2020 nelle città di Brunsbüttel e Wilhelmshaven.

Rigassificatori, energy bond, nucleare

Le intenzioni dell’Italia sono state riferite dal presidente del Consiglio Mario Draghi, durante l’informativa alla Camera sulla guerra in Ucraina: «La nostra capacità di utilizzo è limitata dal numero ridotto di rigassificatori in funzione. Per il futuro, è quanto mai opportuna una riflessione anche su queste infrastrutture. Il Governo intende poi lavorare per incrementare i flussi da gasdotti non a pieno carico, come il Tap dall'Azerbaijan, il TransMed dall'Algeria e dalla Tunisia, il GreenStream dalla Libia».

Anche qui come sopra: investire in rigassificatori sta diventando la priorità della nuova politica energetica imposta dal conflitto russo-ucraino. Un’altra via per ridurre la dipendenza dalla Russia arriverebbe infatti dall’Algeria. In un’intervista al quotidiano algerino Liberté, l’amministratore delegato di Sonatrach, la Gazprom algerina, ha dichiarato che è pronto a fornire più gas all'Europa, in caso di calo delle esportazioni russe con la crisi ucraina, veicolandolo attraverso il gasdotto Transmed che collega l'Algeria all'Italia.

La Grecia ha proposto di istituire un fondo dell'Unione europea per fornire prestiti a basso interesse per aiutare i governi a finanziare misure per affrontare i prezzi elevati dell'energia. Un altro passo verso un’Europa federata a livello economico, dopo la prima volta del finanziamento europeo a fondo perduto contenuto in NextGenerationEU. La Francia, invece, aveva già deciso di investire nella costruzione di 14 nuovi reattori nucleari e aumentare la produzione di energia nucleare, per raggiungere la “piena sovranità energetica”.

Accelerare la transizione verde

La soluzione per il lungo periodo della presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, contro il gas russo, è accelerare la produzione di energia dalle rinnovabili nell’Unione europea. «Dobbiamo accelerare la transizione verde. Perché ogni kilowatt di elettricità che l'Europa genera da energia solare, eolica, idroelettrica e biomassa riduce la nostra dipendenza dal gas russo». «Non solo è un investimento strategico, meno dipendenza significa anche meno soldi per il forziere del Cremlino», conclude von der Leyen. A che punto è la produzione di energia verde nei 27 Stati membri: secondo i dati Eurostat, nel 2020 il 20% dell’energia consumata in Europa proveniva da una fonte rinnovabile, nello stesso anno il 37% del consumo lordo di energia elettrica nell’Unione proveniva da energia eolica (36%), idroelettrica (33%), solare (14%), biocarburanti (8%).

Cosa non c’è nel piano di emergenza sull’energia

Non esiste ancora un vero e proprio mercato unificato e condiviso delle necessità energetiche degli Stati membri. Considerando gravi squilibri, come succede per la Finlandia, che riceve il 100% del gas che importa dalla Russia, il prossimo passo per assicurare l’autonomia energetica del continente è la creazione di stock condivisi e collegati di reti energetiche, oppure, come ha proposto la Grecia, degli “energy-bond” per finanziare misure per affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia, che sarà in rialzo altalenante almeno fino al 2023.

Il discorso di Mario Draghi sull'Ucraina

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