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In Italia faranno un deposito di rifiuti nucleari. Dobbiamo preoccuparci?

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Dopo 5 anni di attesa è stata approvata la carta che individua le zone candidate a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, sollevando preoccupazioni di natura ambientale e sanitarie, con molte Regioni che si sono opposte alla presenza delle strutture sul loro territorio, che saranno accompagnate da un parco tecnologico. In tutto sono state individuate 67 aree, per un totale di circa 80 mila metri cubi di scarti. Ma c’è davvero da preoccuparsi? Insieme al professor ingegner Marco Ricotti abbiamo fatto un po’ di chiarezza.

Da dove provengono le scorie nucleari

«I rifiuti previsti nel deposito nazionale sono circa 78mila metri cubi, di cui due terzi dovrebbero arrivare dallo smantellamento delle centrali nucleari, mentre la restante parte proviene da attività legate quotidiane nel settore ospedaliero, nel settore industriale e nel settore della ricerca», spiega Ricotti. In questi settori infatti si usano traccianti radioattivi o materiali che emettono radiazioni. Che comunque sono intorno a noi: abbiamo un fondo di radiazione naturale che varia da luogo a luogo, da Stato a Stato, da continente a continente.

I rifiuti nucleari sono pericolosi?

La pericolosità è determinata da vari fattori: intensità della radiazione che viene emessa, chiamata attività, dalla tipologia delle radiazioni emesse, dal tipo di elemento chimico e il tempo di decadimento, che può durare da pochi secondi a migliaia di anni. C’è poi il problema della radiotossicità: non basta capire quanto è radioattivo un elemento, bisogna capire anche che danno potrebbe causare se entra in circolo nella biosfera. «Ma gran parte dei rifiuti che verranno collocati in maniera definitiva nel deposito nazionale sono non pericolosi, a bassa radiotossicità, con tempi di decadimento che sono nell’ordine delle decine d’anni. Non a caso questo deposito definitivo deve garantire la sicurezza per circa 300 anni. Dopo questo tempo sono radioattivi quanto le banane che contengono potassio quaranta o il sale iodato», continua. Una parte del deposito, però, verrà utilizzata come parcheggio temporaneo per i rifiuti ad alta radioattività, come il combustile esaurito delle centrali, che devono ancora essere riprocessati chimicamente. «Il combustile è responsabile di oltre il 90% della radioattività di una centrale nucleare. Questa porzione più radiotossica dovrà essere rielaborata e ricompattata. Solitamente questi rifiuti vengono vetrificati, in modo da non essere attaccati dall’acqua e dagli agenti chimici e riesce a smaltire il calore che debolmente viene rilasciato. Una parte del deposito nazionale dovrà essere organizzato per ospitare per circa cinquant’anni questi rifiuti ad alta radiottività che però non sono più pericolosi». Ma una soluzione dovrà essere trovata a livello europeo. «Ci sono buone prospettive. I finlandesi ad esempio apriranno quest’anno il primo deposito geologico profondo per lo stoccaggio definitivo di questi rifiuti».

L’impatto ambientale e sulla salute

Secondo Ricotti è da escludere qualsiasi implicazione seria. «I criteri scelti sono molto stringenti e sono in linea con le migliori pratiche di gestione dei rifiuti a livello europeo. L’Italia segue un modello a quattro barriere, mentre altri Paesi ne hanno a tre barriere. L’impianto sarà inoltre continuamente monitorato durante l’esercizio. Non ci sarà da preoccuparsi». I depositi saranno costruiti con sistema a matrioska. «Si riempie di rifiuti un barile di acciaio, che poi viene compresso in un disco. Cinque di questi dischi vengono poi sistemati all’interno di un contenitore d’acciaio insieme a del cemento, che scherma l’eventuale fuoriuscita. Si ottiene così il manufatto, che viene inserito a gruppi di sei in un cubo in cemento. Ciascun cubo sarà inserito in un edificio, che sarà poi riempito con sabbia e cemento. Il tutto sarà ricoperto da strati di terreno che dovranno proteggere dall’acqua la struttura. Sotto il deposito ci sarà poi una serie di cunicoli che servirà a raccogliere eventuali acque da analizzare periodicamente». E la selezione delle aree? «La scelta è stata fatta sulla base di 28 criteri come la sismicità, la struttura del terreno, la distanza dai centri abitati, utilizzando i dati più aggiornati delle mappe». Un lavoro certosino, che ci permetterà di dormire, forse, sonni tranquilli.

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