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40 anni dopo l'Irpinia, uno studio italiano prevede il prossimo terremoto in California

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Sono passati quarant’anni da quella domenica sera di novembre, quando la terra sotto Campania e Basilicata tremò così forte da distruggere l’intera Irpinia. Da quel giorno, i terremoti hanno colpito l’Italia altre venti volte. Lasciandoci sempre con la domanda: avremmo potuto prevederlo? Ora, uno studio congiunto del Cnr-Igv sembra aver fatto un primo passo in questa direzione, prevedendo per il 2024, con tutte le cautele del caso, un sisma di magnitudo 6 a Parkfield, California, sulla faglia di San Andreas.

40 anni fa, il terremoto dell’Irpinia

Sono quasi le otto di una comune domenica di novembre del 1980. Il buio e il freddo hanno già spinto gli abitanti di Irpinia al Vulture in casa quando la terra inizia a tremare. Una scossa così lunga da sembrare eterna, 90 secondi, colpisce tutta l’area di 17.000 kmq tra Avellino, Salerno e Potenza. Quello che resta dopo un minuto di terremoto è un’interminabile serie di macerie e rovine dove le persone arrancano sconvolte e spaventate. 500 comuni su 700 colpiti, quasi 3.000 morti, più di 8.000 feriti e 280.000 sfollati: questo il bilancio del terremoto dell’Irpinia di quarant’anni fa. Ci vollero giorni perché l’Italia capisse l’enormità della tragedia e inviasse i soccorsi necessari. Il 25 novembre il Presidente Sandro Pertini, al TG2, rimproverava la gestione dell’emergenza denunciando la presenza di persone ancora sepolte vive dalle macerie. La ferita del terremoto dell’Irpinia restò aperta per anni, segnando profondamente sia il paesaggio che la popolazione. Alberto Moravia, in Ho visto morire il Sud del 7 dicembre, scrisse: «Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano».

Il terremoto previsto per il 2024

Lo studio dei dott. Giovanni Sebastiani e Luca Malagnini, pubblicato sul Journal of Ecology and Natural Resources, è frutto della collaborazione scientifica tra l'Istituto per le applicazioni del calcolo "Mauro Picone" del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iac) e l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). I due scienziati si sono dedicati all’analisi dei terremoti a Parkfield, in California, proprio sulla faglia di San Andreas: «Abbiamo scelto quella porzione di faglia perché è isolata, verticale, rettilinea» ci dice il dott. Malagnini. Alla disposizione ideale della faglia si aggiungono anche una rete di dispositivi di precisione installati dal 1985 dagli scienziati e una dettagliata e relativamente regolare storia sismica: dal 1857 al 1966 sono avvenuti sei terremoti di magnitudo 6, ad intervalli di tempo quasi regolari, da 12 a 32 anni, con una media di circa 22 anni. «Dal 1966 abbiamo calcolato, su questa faglia» spiega il dott. Malagnini «il rilascio di energia sismica. Abbiamo visto, giorno per giorno, dov’era il baricentro di questa energia. Questo baricentro si sposta in maniera caotica però la variazione della posizione del baricentro nel corso del tempo ha un andamento sistematico ed è quello che noi siamo andati a vedere». Prendendo in esame la dispersione dell’energia lungo la faglia e la sua concentrazione, i due scienziati hanno individuato uno schema: «Abbiamo dato una spiegazione fisica a queste varie fasi: prima c’è l’evento poi la dispersione massima aumenta, raggiunge il picco, poi diminuisce finché raggiunge lo zero. Quando va a zero c’è il terremoto». Un sistema che ha dimostrato il suo valore quando è stato usato, retrospettivamente, raccogliendo i dati a cento giorni dall’ultimo terremoto e calcolandone la data: «La metodologia ha permesso una esatta previsione retrospettiva del giorno del terremoto: 28 settembre 2004» aggiunge il dott. Malagnini. Con la proiezione derivata da questo metodo, il prossimo sisma di magnitudo 6 colpirà Parkfield nel 2024. Più ci si avvicina al possibile sisma più si accumulano i dati e, quindi, più precisa diventa la previsione del terremoto.

Un modello per l’Italia?

Il sistema elaborato da Sebastiani e Malagnini ha mosso i primi passi dallo studio fisico del terremoto di Tohoku-Oki, in Giappone, una nazione che, come l’Italia, è vulnerabile ai terremoti. Questa metodologia potrebbe quindi essere usata anche da noi? «Diversamente dalla faglia verticale, a geometria semplice, di San Andreas» ci risponde il dott. Malagnini «quelle degli Appennini sono tutte in competizione, si immergono verso sud ovest e hanno altre faglie verso nord-est, sono dei cunei di crosta che si muovono durante il terremoto e questa morfologia rende tutto molto complesso». Il dott. Sebastiani aggiunge: «Un’applicazione in Italia è al momento prematura, per via di questa complessità, però il metodo è nato proprio da un’osservazione in Appennino, nella sequenza di Amatrice». La cittadina fu vittima del terremoto nel 2016. «Abbiamo visto che in quella sequenza di aftershock, i piccoli terremoti di assestamento dopo la scossa mostravano una varianza crescente del baricentro di attività. E questa osservazione è stata l’origine dello studio che abbiamo messo a punto col dott. Malagnini per la faglia di San Andreas. Il germe di questo metodo stava là in Appennino. Quindi, in futuro cercheremo di applicarlo prima a sistemi simili a San Andreas e poi dopo a situazioni più complesse come l’Italia». Il primo passo sarà quindi vedere come la proiezione resisterà alla prova del 2024, agli esperimenti di laboratorio e allo studio di faglie vicine a San Andreas prima di poterne sfruttare tutte le potenzialità anche in Italia.

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