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Nel 2100 saremo di meno, più vecchi e con pochi figli. Lo dice uno studio

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Nel 2100 saremo cresciuti ma meno rispetto alle decadi passate: sulla terra ci saranno 8.79 miliardi di teste, 2 miliardi in meno rispetto alle attuali proiezioni delle Nazioni Unite che ne contano 10.88 miliardi. Lo studio è stato pubblicato in questi giorni su The Lancet, la rivista medico-scientifica inglese. Uno strumento utile a governi e organizzazioni per stimare bisogni e rischi futuri.

Le oscillazioni della popolazione

Il picco ci sarà nel 2064 quando saremo 9,7 miliardi. Sedici anni dopo passeremo a 8.8 miliardi. 183 dei 195 Paesi saranno scesi al di sotto della soglia di sostituzione necessaria per mantenere i livelli di popolazione, mentre più di 20 paesi, tra cui Giappone, Spagna, Thailandia, Portogallo, Corea del Sud e Polonia, vedranno diminuire il loro numero di almeno la metà. Anche la Cina registrerà una contrazione. Il gigante asiatico dovrebbe passare da 1,4 miliardi di persone a 730 milioni in 80 anni. A crescere sarà tutta l’Africa Sub-Sahariana, che vedrà la propria popolazione triplicata, con la Nigeria che balzerà a 800 milioni. Saremo anche più vecchi: l’età media passerà da 32.6 anni a 46.2. Il numero di bambini al di sotto dei 5 anni scenderà da 681 milioni a 401 milioni, mentre gli ultraottantenni cresceranno da 141 milioni a 866. E in Italia? Anche nel nostro Paese la popolazione si dimezzerà, passando da 60 milioni a 30 milioni. Le migrazioni non si fermeranno e interesseranno Somalia, Filippine e Afghanistan. I Paesi con il più alto tasso di immigrazione saranno invece USA, India e Cina. Segno che i nostri piedi continueranno a muoversi.

Le ricadute sull’ambiente

Se le ripercussioni economiche rischiano di essere disastrose, un discorso diverso va fatto invece per l’ambiente. «Queste previsioni suggeriscono buone notizie per l’ambiente, con meno stress sui sistemi di produzione alimentare e minori emissioni di carbonio, nonché significative opportunità economiche per parti dell’Africa subsahariana», ha scritto l’autore principale dello studio, Christopher Murray, direttore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) presso l’Università di Washington. «Tuttavia, la maggior parte dei Paesi al di fuori dell’Africa vedrà ridurre la forza lavoro e invertire le piramidi della popolazione, con conseguenze negative per l’economia».

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