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Com'è la serie tv Anna di Ammanniti

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Un mondo flagellato da un misterioso virus, tra ipotesi di complotto e tecniche di sopravvivenza: vi suona familiare? Anna, la nuova serie Sky tratta dal romanzo di Niccolò Ammaniti, conclusasi ieri e disponibile on demand ha iniziato le riprese poco prima che scoppiasse la pandemia. E vista ora, a un anno di distanza, appare in un certo modo profetica. Perché ci mostra una realtà con cui iniziamo a fare i conti: i nostri giovani, abbandonati a se stessi, colpevolizzati e arrabbiati. Che diventano feroci.

Anna di Ammanniti, tra Il signore delle mosche e l’attualità

Se Anna fosse uscita in qualsiasi altro anno, sarebbe stata “solo” un esercizio tecnico di ottima fattura, al massimo una sinistra favola di bambini che, abbandonati dagli adulti, imparano a sopravvivere tra ferocia, sopraffazione e qualche sparuto residuo di umanità. Una storia che ricorda molto Il signore delle mosche di Golding, e altri racconti di fantascienza troppo lontani da noi per essere presi sul serio. Ma, un anno dopo lo scoppio della pandemia, il tempismo con cui Anna, miniserie di sei episodi di Sky tratta dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti (che firma la sceneggiatura con Francesca Manieri) esce sugli schermi italiani è agghiacciante e insieme vagamente profetico. Prima dell’inizio ci viene ricordato come le riprese di Anna siano cominciate pochissimi mesi prima che scoppiasse la pandemia: questa produzione, come molte altre, è vittima delle restrizioni, delle misure di sicurezza, dei tamponi e delle quarantene.

Il primo brivido sulla schiena scorre ancora prima che cominci la storia: un avvio in sordina, proprio come quello del Covid-19, con un virus subdolo e letale che colpisce come una violenta influenza e porta alla morte una fascia precisa della popolazione. Solo gli adulti. Tra flashback orchestrati sapientemente, scopriamo che Anna, come tutti gli altri bambini della storia, è rimasta completamente orfana, con l’eredità più pesante di tutte: un mondo intero da spolpare. Scopriamo che un mondo in mano ai bambini, con buona pace delle ideologie pacifiste o montessoriane, non è affatto migliore. I bambini sono feroci quanto e se possibile anche più degli adulti: la spregiudicatezza dei loro anni, unita alla soppressione del tabù genitoriale, li rende avidi come cavallette e crudeli come lanzichenecchi. In un mondo che presto li divorerà (anche i bambini incubano il virus che si risveglierà, uccidendoli, appena cresceranno), Anna e il fratellino Astor imparano a sopravvivere.

Anna e noi

Durante il primo dialogo tra i genitori separati di Anna viene da mettere in pausa, per ricordarci che stiamo vedendo una serie tv: l’attualità degli argomenti è spiazzante. Il virus è un’arma chimica. I vaccini? Chissà se sono sicuri, i bambini che contagiano gli adulti, la teoria del complotto. L’estetica apocalittica e in alcuni casi grottesca di Anna ci ricorda, per fortuna, che non stiamo guardando uno dei tanti film sul coronavirus annunciati, come una minaccia, già dallo scorso anno. Niccolò Ammaniti ha un debole per la fine del mondo: nel racconto L’ultimo capodanno dell’umanità dipingeva una società quasi macchiettistica nel suo squallore, che salta letteralmente per aria. In Che la festa cominci una villa romana era teatro di un tracotante safari urbano per super ricchi che termina con una strage tra satanisti, cantanti di christian pop e una sanguinaria tribù sbucata dal sottosuolo. In Anna l’estetica del grottesco si impreziosisce, con elementi tratti dal classico bagaglio dei survival horror alla The Walking Dead o Mad Max ma con il tocco di poesia che può dargli un autore da sempre attento alla sensibilità dei bambini.

In Anna le cose sono viste, per forza, attraverso gli occhi dei più piccoli: per questo sono più grandi, più magiche, proprio come le vivono nella loro mente. D’altronde Ammaniti è lo stesso che ha scritto Io non ho paura e Ti prendo e ti porto via, in cui l’infanzia viene narrata in tutta la sua cruda bellezza. Ma Ammaniti non fa sconti ai piccoli: il mondo senza adulti non è affatto migliore. C’è molta più spazzatura, tanto per cominciare. Il paesaggio naturale della Sicilia, già di per sé sfondo perfetto per l’apocalisse, si fa più selvaggio, gli spazi urbani sono colonizzati dai bambini con disordine e ferocia. Colpiscono, nel lessico usato nella serie, alcune spaventose analogie con la neolingua da post pandemia: il “fuori”, il “prima”, concetti con cui credevano avremmo familiarizzato solo nel weekend mensile dedicato al binge watching e mai nel mondo reale e che invece ora ci appaiono così familiari. Colpisce soprattutto l’immagine che ci viene restituita dei bambini: anche quella, con spaventose analogie con la realtà.

I nostri bambini: così teneri, così feroci

Dei bambini, così come dei giovani, ci si accorge solo quando muoiono o quando rompono veramente tanto le scatole: le immagini delle risse a Roma e nella periferia milanese, trasmesse dai TG come monito del rischio delle riaperture e dei pericoli della DAD, hanno segnato l’opinione pubblica. Dallo scoppio della pandemia i più piccoli sono stati alternativamente colpevolizzati e trattati con fastidiosa condiscendenza: accusati di diffondere il virus, di cinismo verso gli anziani, additati come untori ma allo stesso tempo imprigionati per otto ore al giorno davanti al computer e privati di ogni forma di socialità e di evasione, hanno trovato sfogo nella violenza.

Verso gli altri ma anche verso di sé: uno su tre ha sviluppato sintomi depressivi e le prime visite per psicopatologie degli adolescenti sono cresciute, in città come Bologna, dell’83%. La violenza spietata e senza sconti che emerge nella serie ci suggerisce che la crudeltà è un istinto naturale, dal quale i bambini non sono certo immuni. Anna non è una serie tv profetica, per fortuna: ma il mondo interiore dei bambini, oggi così disperatamente soli, emerge dall'opera come uno schiacciante monito agli adulti.

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