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Charles Baudelaire e lo spleen, il male di vivere di ieri e quello di oggi

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Dialoghi sullo spazio urbano, piccoli aneddoti di strada, il viaggio tra le pietre del selciato: Charles Baudelaire anticipa la vita moderna nella metropoli, dispersiva, quasi sempre crudele, sfondo ideale a una società cannibale. La stessa che duecento anni dopo elegge lo spleen, la noia di vivere, a male del secolo. Noia che racconta il nostro presente liquido.

Lo spleen di Baudelaire

Quando Baudelaire pubblica Les Fleurs du mal è il 1857 e ha trentasei anni. La raccolta, condannata per immoralità, è considerata il primo esempio di poesia moderna nel panorama non solo francese ma occidentale. Il volume venne incriminato per oltraggio alla religione e alla morale pubblica, tanto che il poeta venne condannato a un’ammenda di 300 franchi e alla soppressione di sei poesie. È nella prima parte de Les Fleurs du mal che Baudelaire parla per la prima volta di Spleen, uno stato d’animo malinconico e insofferente. La parola non è nuova, deriva dal greco splén, che significa “milza”, “bile”. La malinconia nell’antichità si riteneva infatti che fosse causata da un eccesso di bile. Ma Baudelaire va oltre la malinconia, che diventa angoscia e depressione: in poche parole, noia di vivere e disgusto per la vita. Imprigionato nella sua esistenza e accartocciato su se stesso, l’uomo è senza via d’uscita. Solo e impaurito, la città con la sua frenesia diventa lo sfondo perfetto per la sua solitudine. Perché se godere della folla è un’arte, come diceva Balzac, per Baudelaire la folla è una moltitudine minacciosa e informe.

Lo spleen oggi

Era il 2012 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò che nel 2020 la depressione sarebbe stata la più diffusa al mondo tra le malattie mentali e in generale la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari: lo spleen non è più roba da bohémien consumato da alcol e droghe, ma il male di un intero secolo. Tanto che sempre per l’Oms rappresenta una delle prime cause di disabilità. Lo spleen oggi è quell’inferno in terra che Baudelaire aveva provato sulla sua pelle e raccontato nelle sue opere. «Porto in me più ricordi che se avessi mille anni», scrive. Chini sugli schermi di uno smartphone e rinchiusi nel dolore delle nostre menti, gli “scenari di pietra e di carne” ci scivolano a fianco. Nella moderna città “ogni uomo è straniero all’altro”: siamo “viaggiatori l’uno accanto all’altro”. Soli, dopo tutto, consumati da un male invisibile.

A una passante

La strada assordante intorno a me urlava.
Alta, sottile, in lutto stretto, dolore maestoso,
Una donna passò, con gesto regale
Sollevando, agitando il pizzo e l’orlo della gonna;
Agile e nobile, con gamba statuaria.
Io bevevo, contratto come un folle,
Nel suo occhio, cielo livido dove nasce l'uragano,
La dolcezza che incanta e il piacere che uccide.
Un lampo...poi la notte! -Bellezza fuggitiva,
Il cui sguardo m’ha fatto d’improvviso rinascere
Non ti vedrò più dunque che nell’eternità?
Altrove, ben lungi da qui! Troppo tardi, forse mai!
Ignoro dove fuggi, tu ignori dove io vada.
O tu che ti avrei amata, o tu che lo sapevi!

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