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Il caporalato uccide

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L’odore di decine di corpi stipati in un Ford Transit bianco, pelli rese appiccicaticce da afa e pesticidi tossici e schiene che si piegano verso terra fino a spezzarsi. Ecco cosa c’è stasera in tavola. Perché l’equazione terra-sangue continua a rivelarsi vincente e nonostante i progressi tecnici che il settore agricolo ha conosciuto negli ultimi trent’anni, il sudore degli ultimi resta il mezzo di produzione più economico. Tanto che, secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, nel 2015 erano circa 430mila i lavoratori irregolari in agricoltura, potenziali vittime di caporalato, mentre 100mila quelli «in condizione di sfruttamento e grave vulnerabilità», per un totale di 30mila aziende agricole che ingaggiano manodopera tramite intermediazione illecita fra lavoratore e datore di lavoro.

Gli schiavi del nuovo millennio

Per il caporale, i profitti provenienti da questo tipo di attività sono altissimi. Il denaro è, infatti, estorto ai lavoratori stessi, obbligati a pagare per lavorare secondo un tariffario che varia a seconda dei contesti. Agrumi, angurie, zucchine e pomodori le principali colture coinvolte, secondo il rapporto Agromafie e Caporalato realizzato da Flai-Cgil. Ma anche settori più rinomati: viticoltura, allevamento e florovivaistico non restano immuni dal fenomeno. Perfino sulla produzione di stelle di Natale incombe l’ombra del caporalato. Un sistema economico diffuso dalla Lombardia alla Toscana, dall’Emilia alla Sicilia, che permette alle mafie nazionali e straniere, secondo il rapporto Eurispes, di fatturare 24,5 miliardi €, circa il 10% di tutto il fatturato criminale del nostro Paese, e costa alle casse dello Stato 420 milioni € l’anno. Intanto nei campi si continua a morire. Alla luce del sole.

Una schiavitù fondata sul ricatto

L’80% delle vittime di caporalato è rappresentato da cittadini stranieri, maggiormente ricattabili in cambio di un permesso di soggiorno o di un rinnovo dei documenti. Ma non si tratta solo di migranti ‘irregolari’ provenienti in larga parte dall’Africa Sub-sahariana, disposti ad accettare condizioni di lavoro e di vita disumane pur di sopravvivere e non darsi alla criminalità. A finire nelle mani dei caporali anche gli stranieri regolarmente residenti in Italia, come i rifugiati o i lavoratori provenienti da Paesi europei tra cui la Bulgaria e la Romania. Il meccanismo che regola la vita dei braccianti è sempre lo stesso: sveglia alle quattro di mattina, una secchiata d’acqua per rinfrescarsi e poi tutti a raccolta in attesa dell’arrivo del Ford Transit bianco. Sarà poi il caporale, spesso un immigrato, a scegliere chi far lavorare e chi no. E così nelle tendopoli si finisce a fare a pugni. C’è chi, pur di spezzarsi la schiena, utilizza i documenti fotocopiati di un altro.

Vivere, lavorare e morire per 30 €

Tutto per 30 € al giorno e una media di 10-12 ore di lavoro. Ben al di sotto della soglia minima legale di 47 € per 8 ore di lavoro. Ma in tasca rimane molto meno: 10 € vengono consegnati al caporale per il viaggio, 3,50 per il panino e 1,50 per la bottiglietta d’acqua. Alcuni braccianti sono pagati addirittura a “cottimo”: dai 3 ai 4 € per ogni 300 kg di pomodori, raccolti fumando hashish mescolato a tabacco o sotto l’effetto di antidolorifici per ingannare la fatica e senza la possibilità di usare il bagno. Eppure, per non essere licenziati si sborsa fino a 50 €. La sera poi si ritorna al ghetto, tra topi e pozzanghere, riposando in baracche coperte di plastica o lamiera, per i più fortunati, riscaldati dalle braci della carbonella. Alcuni si improvvisano ingegneri, costruendo piccole capanne con i rami degli alberi. Ma basta che un lembo della coperta tocchi il braciere per finire divorati dalle fiamme, come Al Ba Moussa, morto bruciato nella tendopoli di San Ferdinando in Calabria, l’ultimo di una lunga lista. All’alba si ricomincia, senza sapere se la mattina dopo si rivedrà il proprio vicino di baracca.

La metà dei braccianti sono donne

Oltre 4 braccianti su 10 sono donne. Vale a dire il 42% dei lavoratori. Si tratta di italiane, romene, nigeriane che di giorno lavorano nei campi, a volte spacciando sostanze stupefacenti, mentre la notte si prostituiscono nei ghetti, i ‘non luoghi’ dove si vive al limite della sopravvivenza, tra spazzatura alta oltre un metro e mezzo e servizi igienici del tutto assenti. Sono proprio le donne a pagare uno scotto superiore agli uomini, con una retribuzione inferiore rispetto a quella dei braccianti maschi di circa il 30%. Ma non si tratta di un caso. L’attività del padrone e del caporale, secondo Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scientifico dell’associazione In Migrazione, si rivela infatti molto lucrativa se esercitata nei confronti di soggetti fragili, non solo di nazionalità straniera. E il «potere esercitato dai caporali è un potere maschilista, che produce marginalità». Le violenze di cui le braccianti sono vittime sono di diversa natura: si va dall’abuso fisico, a quello psicologico e sessuale. Spesso le donne sono inserite all’interno del mercato del sesso. A Vittoria, in Sicilia, le braccianti romene erano costrette dai padroni a prostituirsi, nel silenzio della comunità locale, e casi analoghi si sono registrati anche in Puglia, Calabria e nel Pontino. Un sistema che viene da lontano, come ricorda Lorenza Conte, ex bracciante che dalla fine degli anni Ottanta si batte per i diritti dei lavoratori dell’agricoltura:«Il caporale è la persona che ti fa trovare il lavoro su un piatto d’argento. Il suo potere risiede proprio nella capacità di sostituirsi agli uffici di collocamento. Anche nell’Italia degli anni Cinquanta, nelle famiglie in cui mancavano i soldi, toccava proprio alle ragazze andare a lavorare nei campi ed essere trattate come schiave».

Il caporalato danneggia l'operaio come la terra

Secondo il sociologo Marco Omizzolo, le aziende che più sfruttano i lavoratori sono generalmente anche quelle più dannose per l’ambiente:«Il caporalato ha ricadute sul prodotto, sulla terra, sulle falde oltre che sui corpi dei braccianti. Non c’è sostenibilità ambientale del processo produttivo laddove c’è sfruttamento». Statisticamente, le aziende che ricorrono alla pratica del caporalato inquinano tramite l’utilizzo di sostanze chimiche vietate, coperture in eternit per i magazzini o nella depurazione latteo casearia per gli scarichi fognari delle stalle. Ma l’aspetto più inquietante, secondo Omizzolo, riguarda la loro collocazione: «Nel Pontino, ad esempio, gran parte di queste aziende sono all’interno del Parco nazionale del Circeo». Eppure, stando all’ultimo rapporto Eurispes sulle agromafie, la legge n.199 del 2016 contro il caporalato funziona, con una media di 30 interventi al giorno da parte delle forze dell’ordine. Per l'ex ministro del Lavoro Luigi Di Maio, però, la normativa «è applicata male» e apre a una sua possibile modifica, posizione condivisa anche da Matteo Salvini e dall'ex ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio, ma contrastata da associazioni e sindacati che temono che la legge venga «svuotata dai suoi contenuti innovativi», come l’estensione delle responsabilità e delle sanzioni anche agli imprenditori che fanno ricorso allo sfruttamento del lavoro. Tutte parole soffocate dal rombo del motore di un Ford Transit bianco, che continua indifferente la sua corsa verso la morte.

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