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Paulo Paulino è l'ultima vittima del Brasile di Bolsonaro

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Si chiama mafia del legno, ma potrebbe essere ’ndrangheta o cosa nostra, perché in queste cose tutto il mondo è paese. La mafia uccide, dovunque, quando qualcuno prova a mettergli i bastoni tra le ruote. Come Paulo Paulino Guajajara, caduto vittima di un'imboscata nella terra di Araribóia, nello stato di Maranhão, lo scorso 1° novembre. Indios e Guardiano della foresta, rappresenta una delle ultime barriere che si frappone al disboscamento dell’Amazzonia, la più grande foresta del globo. Una delle ultime, perché quando la mafia vince, o intende farlo, l’esercizio della legge diventa quasi un optional, come avverte Human Rights Watch.

La mafia del legno e Jair Bolsonaro

Jair Bolsonaro è diventato presidente del Brasile a gennaio del 2019 e ha messo subito in chiaro di volersi riappropriare della foresta amazzonica, una grande risorsa per il popolo brasiliano, non certo per il resto del mondo, e inserire gli indios nella società come si sono inseriti nell’esercito. Con obiettivi simili, qualche illecito può servire e la mafia sguazza facilmente nella connivenza della politica. Ci sguazza al punto che, come Paulo Paulino e altri attivisti del clima, sono stati uccisi anche Dilma Ferreira Silva, Naraymi Suruí o João Luiz de Maria Pereira. Human Rights Watch ha raccolto:


  • 28 omicidi
  • 4 tentati omicidi
  • 40 casi di minacce di morte

L’Amazzonia brucia

Nel frattempo, l’Amazzonia perde colore a vista d’occhio. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di ricerca spaziale, la deforestazione è aumentata del 278% a luglio e di oltre l’80% a maggio e giugno del 2019. Numeri che non hanno assolutamente allarmato Bolsonaro, che lapidario ha risposto: «Se tutti i dati sulla deforestazione fossero veri, l’Amazzonia non esisterebbe più. Invece esiste ed è in salute». Parole che sono il giusto corredo per una politica in materia piuttosto chiara: «L'Amazzonia è nostra, non appartiene al mondo» ricorda sempre il presidente brasiliano, riducendo il polmone verde dell’umanità al suo giardino di casa. L’Amazzonia che brucia, ma non certo per colpa degli indios, difesi dall’articolo 231 della Costituzione brasiliana, gli unici in grado di preservare al meglio il territorio che chiamano casa.

L'unica difesa dell'Amazzonia di oggi

Dal 2012, i Guardiani della foresta respingono i taglialegna, arrivando a liberare intere aree, come quella di Araribóia dove Paulo Paulino ha perso la vita. La rappresaglia, è stata inevitabile, senza nessuna forza statale che si prenda a cuore di tutelare la legge. Antonio de Oliveira, agente di polizia federale, ora in pensione, che ha lavorato con i Guardiani di Guajajara, ha detto: «C'è una totale mancanza di persone, risorse, logistica. Una mancanza di volontà». E dove non c’è potere, dove c’è il vuoto, la criminalità dilaga. Eusebio Ka’apor, leader del popolo Ka’apor, è stato ucciso già nel 2015, per aver frenato l’invasione nell' Alto Turiaçu (territorio indigeno nello stato di Maranhão). A seguito di ciò, i membri del congresso dei Ka’apor hanno ricevuto minacce di morte da parte dei taglialegna. Comportamenti intimidatori, omicidi, vendette, tutto il repertorio della mafia, insomma. A spese dell’umanità, come tipico ancora della mafia. Per quanto ne voglia Bolsonaro, l’Amazzonia è di tutti.

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