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Chi ha paura del climate change?

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Il cambiamento climatico non fa notizia, finisce in prima pagina soltanto in occasione di uno storico accordo o quando si è trovato il messia di turno: l’altro ieri Al Gore, ieri Leonardo DiCaprio, oggi Greta Thunberg. Moloch di una complessità straordinaria, il climate change è soprattutto un fenomeno difficile da comprendere per il pubblico di massa. Una copertura giornalistica inadeguata e una comunicazione spesso imprecisa e riduzionista ne demoliscono rilevanza e pericolo a colpi di tweet, bufale e negazionismo vero e proprio.

Tutto è iniziato con lo sciopero scolastico di Greta Thunberg

Tutto è iniziato con lo sciopero scolastico di Greta Thunberg

La mente umana non aiuta, abituata com’è ad avere a che fare con emergenze evidenti e prossime. Il climate change pare un problema enorme, ma fatichiamo a comprenderne la minaccia perché non siamo avvezzi alle variazioni lente ma costanti, che agiscono nel corso di decenni e secoli. Eppure fa paura, come ha evidenziato l’indagine, resa nota lo scorso febbraio, che il Pew Research Center ha svolto in ventitré paesi: il cambiamento climatico è in media la minaccia più sentita al mondo, più del terrorismo e della crisi economica. È arduo capire in che modo questa paura venga elaborata: alcuni agiscono per salvare il clima, altri si adoperano per combattere gli allarmismi o mantenere lo status quo.

Il climate change fa paura più della guerra cibernetica, del terrorismo islamico e del programma nucleare di Kim Jong-un

A fine gennaio, mentre il Midwest americano era colpito da una straordinaria ondata di gelo artico, il presidente Trump si chiedeva in un ironico tweet dove fosse finito il riscaldamento globale. Capofila dei negazionisti, Trump è oggi in buona compagnia, dato che milioni di brasiliani in ottobre hanno dato fiducia a Jair Bolsonaro, il cui ministro Ernesto Araújo è convinto che il cambiamento climatico sia una fandonia inventata dai marxisti, posizione peraltro condivisa da Marine Le Pen e da altri rappresentanti della destra europea.

I governi reazionari ostacolano il lavoro di scienziati ed esperti sul cambiamento climatico

I governi reazionari ostacolano il lavoro di scienziati ed esperti sul cambiamento climatico

Oltre a essere di ostacolo alla cooperazione internazionale, fondamentale per combattere il climate change, questi governi nazionalisti e reazionari contrastano con forza l’operato di scienziati, divulgatori e attivisti. Basti pensare che gli ultimi due uomini messi a capo dell’EPA, l’agenzia governativa statunitense che funge da ministero dell’ambiente, Scott Pruitt e Andrew R. Wheeler sono fortemente scettici a proposito del climate change. Il secondo, tuttora in carica, ammette l’origine antropogenica del cambiamento climatico, ma sostiene che dobbiamo ancora comprenderne i reali effetti.

Temiamo gli sforzi necessari a risolvere il problema più di quanto ci preoccupino le conseguenze del non farlo

Un negazionismo annacquato ma non meno insidioso, che utilizza il dubbio per smorzare la robustezza degli studi scientifici di settore e delle proiezioni. Inutile dire che entrambi i politici hanno stretti legami con la lobby dei combustibili fossili.

L'ONU lancia un ultimatum: ci restano solo 12 anni per salvare il pianeta

C’è chi non crede, chi crede ma diffonde bufale, chi semplicemente se ne frega. Ci sono università come La Sapienza di Roma che ospitano convegni apertamente negazionisti, come è accaduto lo scorso novembre, e ci sono quotidiani che hanno fatto dell’imprecisione e del negazionismo climatico una bandiera (si veda Libero, per esempio, ma anche gli scivoloni del Corriere della Sera). Difficile dire quale emozione ci sia dietro alle azioni di ognuno, ma è sicuro che un timore diffuso accomuna tutti, dal negazionista all’informato, dal climatologo al ministro.

La nostra mente non aiuta, abituata com’è alle emergenze evidenti e prossime

Temiamo gli sforzi necessari a risolvere il problema più di quanto ci preoccupino le conseguenze che il problema avrà sulle nostre vite e su quelle dei nostri discendenti. Temiamo di perdere la comodità della nostra auto privata, la bontà della carne industriale grigliata sul prato a Pasquetta, la vacanza con volo aereo e auto noleggiata che ci permette di staccare la spina ogni anno. Temiamo il cambio di paradigma nelle nostre vite, quello chiesto a gran voce nelle piazze di tutto il mondo il 15 marzo. Temiamo la perdita di sicurezza e della comodità a tutti i costi. Lo abbiamo canzonato, ma quanti di noi, che negazionisti non siamo di certo, hanno fatto come l'ex-ministro Toninelli, che decanta l’auto ibrida e poi acquista un SUV diesel?

Grazie a Cina e India la Terra è più verde di 20 anni fa

Oggi che numerose forze politiche osteggiano apertamente la salvaguardia ambientale e si rifiutano di agire per fermare il climate change, è forse il momento che tutti, soprattutto coloro che hanno paura di un futuro in cui il clima modificato ci presenti un conto salatissimo, facciano quell’esame di coscienza a lungo rimandato. Più che il negazionismo, i veri nemici del clima sono indifferenza e immobilismo. Difatti, il 16 marzo in piazza non c’era nessuno.

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