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L'alcolismo tra i ragazzi è peggiorato con la pandemia

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Questa lunga pandemia ha lasciato cicatrici profonde sui più giovani. Disturbi alimentari e d’ansia, depressione, rottura dei legami sociali, perdita dell’anno scolastico o dei primi lavori. La fascia d’età 13-30 esce da quest’anno di lockdown con le ossa rotte, il futuro compromesso e qualche dipendenza in più, in particolare l’alcolismo.

Un anno di privazioni e alcol

Non lascia dubbi l’ultimo rapporto annuale Istisan “Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni“, dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). I vari lockdown hanno portato i più giovani a bere alcolici senza alcun controllo o divieto, come invece succedeva prima tra bar e locali della movida. L’assenza di attività e valvole di sfogo ha spinto molti giovanissimi verso il consumo di alcol e la tecnologia ha aiutato: i minori (e non solo) hanno sfruttato le app di home delivery che in questi mesi permettevano, in soli trenta minuti, la consegna di qualsiasi tipo di alcolico. Un sistema che, prosegue il rapporto, non ha garantito «il rispetto delle normative che dovrebbero evitare di rendere disponibili quantità non verificabili di alcolici di cui in Italia, al contrario di altre Nazioni, non è stata vietata la vendita nel periodo di lockdown». E che, dati alla mano, ha registrato una crescita record proprio con la pandemia: +425% gli e-commerce delle cantine, +143,5% i siti e-commerce di settore e +36,73% la grande distribuzione. I prodotti più acquistati dai giovani sarebbero stati birra e superalcolici. L’isolamento e l’accessibilità tecnologica si sarebbero legati al binge drinking, o ‘abbuffata alcolica’, un fenomeno in espansione da anni che Wechsler e Isaac descrissero già nel 1992 come «l’assunzione di cinque o più drink alcolici in una stessa serata da parte degli uomini e quattro o più per le donne». Questa combinazione di fattori avrebbe causato anche un’impennata di ricoveri di adolescenti intossicati da alcol nei Pronto Soccorso. Una ricerca curata dai medici dell’Ospedale triestino di Cattinara, pubblicata sulla rivista statunitense Journal of Adolescent Health, ha segnalato che, in rapporto a tutti gli accessi al Pronto Soccorso negli ospedali studiati, la percentuale di ricoveri di adolescenti per intossicazione da alcol è più che quadruplicata con la fine del primo lockdown. Il professor Egidio Barbi, Direttore della Clinica Pediatrica del Burlo, ha spiegato che «il significato di questo fenomeno è certamente correlabile alle difficoltà emotive e relazionali create dal lockdown, che hanno probabilmente favorito un “rimbalzo” di comportamenti a rischio da liberazione dalle restrizioni».

L’alcolismo cresce soprattutto tra giovani e donne

In Italia il consumo di alcol inizia a 11-12 anni (l’età più bassa dell’UE) ed entro i 17 anni riguarda più di 800mila ragazzi (dei quali 400mila in modo problematico). Emanuele Scafato, capo del centro dell’Oms per la Ricerca e la Promozione della Salute sull’Alcol e le problematiche Alcolcorrelate, ritiene che l’abuso di alcolici e superalcolici in Italia sia diventato evidente durante il lockdown. «Molti hanno trovato nell’alcol il ‘farmaco’ per rilassarsi e per allontanarsi da una realtà che non volevano vivere». «Il periodo Covid ha acuito un problema che nel nostro Paese era già rilevante e significativo» secondo Gianni Testino, presidente della Società Italiana di Alcologia e primario della Struttura Complessa Patologia delle Dipendenze ed Epatologia ASL3 Liguria. Così, da febbraio scorso, il consumo di alcol in Italia è aumentato del 200% e il suo acquisto online del 147%. In crescita soprattutto tra i più giovani e le donne. Tra queste ultime, le bevitrici under 35 che consumano alcol ogni giorno sono oltre 1 milione di cui 100mila hanno meno di 19 anni. All’alcolismo, come fattore di rischio, si aggiunge anche la modalità di consumo che, con il lockdown, si è spostato sempre più verso il ‘bere compulsivo’.

Il binge drinking tra i più giovani

Per l’OMS il binge drinking è, da anni, uno dei rischi per la salute mondiale, in particolare tra i più giovani. In Italia, secondo il rapporto dell’ISS, erano circa 4 milioni i binge drinker prima della pandemia, in particolare dai 13 anni in su con il picco massimo nella fascia 18-24. Il fenomeno delle ‘abbuffate alcoliche’ sembra, infatti, in relazione strettissima con lo stile di vita dei più giovani. La possibilità di bere solo fuori casa e, spesso, limitatamente al fine settimana, rende i minori la fascia d’età più esposta al binge drinking. Per questo, secondo la rilevazione del Sistema di Sorveglianza HBSC Italia (Health Behaviour in School-aged Children – Comportamenti collegati alla salute dei ragazzi in età scolare), promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, il 43% dei quindicenni e il 37% delle quindicenni italiane pratica binge drinking. La pandemia ha semplicemente reso visibili ai genitori questi comportamenti. Francesco Mimmo, presidente di Vox Investigazioni, ha spiegato: «Durante questo complesso periodo di pandemia, ho ricevuto un aumento di circa il 30% di chiamate da parte di genitori allarmati per comportamenti a rischio dei propri figli». Rischi che gli stessi minori non sanno fronteggiare: «Tempo fa siamo stati contattati da una famiglia che aveva problemi con la figlia minorenne (14 anni). La ragazza durante un'uscita serale con alcune amiche aveva bevuto talmente tanto da finire in coma etilico. Le ‘amiche’, però anch’esse in uno stato confusionale, invece di soccorrerla l'avevano lasciata su una panchina. Solo il fortunato e tempestivo intervento di una coppia di signori anziani che ha chiamato la polizia e un'ambulanza, ha evitato il peggio». L’Humanitas spiega che, in casi gravi, dopo aver chiamato i soccorsi, è importante non abbandonare la persona intossicata da alcol, tenerla d’occhio, al caldo, in posizione laterale in caso di vomito e non darle cibi zuccherati che possono aumentare la gradazione alcolica. La consapevolezza, nel consumo come nelle emergenze, può fare la differenza non solo nel caso di overdosi ma anche nelle intossicazioni da alcol, sempre più diffuse e frequenti nel nostro paese.

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