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Al sud ci sono meno laureati e più disoccupati perché «le università sono state depotenziate»

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Al Sud si fa più fatica a iscriversi all’università. Non solo: la laurea premia di meno sul mercato del lavoro. Un problema antico se si considera che il tasso di abbandono scolastico sono più alti nel Mezzogiorno rispetto al resto d’Italia: nel Meridione quasi un ragazzo ogni cinque lascia la scuola in anticipo. E così all’università vanno sempre meno ragazzi e ragazze. «C’è un’altissima disparità di finanziamenti, unita alle disuguaglianze dei territori che sono fattori preesistenti», ha detto a VD Giovanni Sotgiu, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari (Udu). «Ma questo non vuol dire che gli atenei al Sud siano meno validi».

La disuguaglianza educativa nel Mezzogiorno

Secondo Udu, alla base del numero di minori iscritti agli atenei del Sud ci sarebbero fattori di natura economica e territoriale. «Quello sulle immatricolazioni nel Mezzogiorno è un dato di fatto che non ci è nuovo e che ogni anno si riconferma», dice Sotgiu. «Tra le cause ci sono problematiche intrinseche agli stessi territori. Per le famiglie con un reddito medio-basso è più complesso iscrivere i propri figli all’università. Allo stesso tempo, le misure di diritto allo studio non sono sufficienti nel Mezzogiorno. A questo si aggiunge il fatto che tanti studenti non si immatricolano al Sud ma in altri atenei. Questo perché le università del Mezzogiorno sono depotenziate, a causa dell’altissima disparità di finanziamenti, che favoriscono i grandi atenei del Nord. Il meccanismo premiale è quello che negli ultimi dieci anni ha incancrenito le disuguaglianze tra territori». Come conseguenza, le università del Sud fanno fatica a fare una programmazione interna per crescere ed essere più attrattivi nei confronti degli studenti e delle studentesse.

Ma questo non vuol dire che gli atenei al Sud siano meno validi. «Hanno meno possibilità. Il nostro sistema favorisce quegli atenei che partono già avvantaggiati per condizioni territoriali e numero di iscritti», spiega. «I docenti nel Mezzogiorno non sono meno validi ma hanno più difficoltà ad aprire, ad esempio, nuovi corsi. Così, chi se lo può permettere, predilige un ateneo del Nord. È quel sistema elitario di cui le neodiplomate alla Normale parlano nel loro discorso del 9 luglio: piuttosto che tentare di portare gli atenei allo stesso livello attraverso gli investimenti, si va verso un ampliamento della forbice delle disuguaglianze». Chi si laurea al Sud trova anche meno lavoro. «Questo dipende da molti fattori, primo fra tutti dai pochi investimenti fatti nel pubblico. E poi ci sono una serie di fattori territoriali: al Nord c’è una maggiore presenza di aziende che garantiscono una più alta occupabilità. Al Sud, invece, c’è meno ‘vendibilità’ del titolo». E così la disuguaglianza educativa si trasforma in disuguaglianza occupazionale.

I dati sull’università

Stando ai dati Istat, la popolazione residente nel Mezzogiorno è meno istruita rispetto a quella nel Centro-nord: poco più della metà degli adulti ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore e nemmeno uno su sei ha raggiunto un titolo terziario (al Centro oltre i due terzi è almeno diplomato e quasi uno su quattro ha conseguito la laurea). Certo, la quota dei 30-34enni in possesso di una laurea è aumentata dal 2006 al 2020, passando dal 13% del totale al 20-22% circa. Un aumento che però è molto inferiore a quello avvenuto in altre aree d’Italia.

Se si guarda al Nord, infatti, i giovani laureati sono sopra il 30% e rappresentano quasi un terzo dei 30enni: quindici anni fa, chi possedeva un titolo era solo il 15%. E l’occupabilità? Resta il tallone d’Achille del Mezzogiorno. Se si guarda ai 20-34enni laureati di Campania e Sicilia meno del 45% ha un lavoro a 1-3 anni dal titolo universitario. Valori anche di 30 punti più bassi di quelli della Lombardia. E che rispecchiano una minore appetibilità del titolo di studio nel Meridione. Con conseguenze umane e sociali altissime.

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