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Una donna su due ha subìto o subirà violenze online

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Internet può essere un luogo pericoloso, in particolare per le donne. Lo rivelano il sondaggio realizzato dall’organizzazione europea Plan International, che amplia quello di Ipsos MORI per Amnesty International, lo studio Violenza virtuale contro le donne e le ragazze dell’EIGE, istituto europeo per l’uguaglianza di genere, l’indagine Istat sul cyberbulissimo e quella Eurispes sul revenge porn.

Una donna su due subisce abusi online

Plan International ha pubblicato i risultati del più vasto sondaggio globale sugli abusi subìti dalle donne online, tenutosi in 22 paesi (ad alto e basso reddito) nella fascia d’età 18-25. Il documento arricchisce la nostra conoscenza del problema dopo il ben noto sondaggio Ipsos MORI per Amnesty International che si era concentrato sui paesi più sviluppati e in una fascia più ampia d’età (18-55): Danimarca, Italia, Nuova Zelanda, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Stati Uniti d’America, dove la percentuale delle vittime si era attestata al 23% (16% Italia, 33% USA). Il sondaggio di Plan International amplia l’area di indagine, rivelando un quadro generale ben peggiore: il 58% delle donne intervistate, quasi 3 su 5, distribuite in più continenti, ha subìto almeno uno dei sei tipi di violenza sul web già definiti dal Pew Research Center e Amnesty International. La maggior parte è stata attaccata su Facebook (39% dei casi), Instagram (23%), Whastapp (14%), Snapchat (10%), Twitter (9%), TikTok (6%). Circa 1 donna su 5 ha smesso di frequentare i social media o ha cambiato profondamente il suo modo di usarli. Data l’importanza centrale delle piattaforme internet per la vita sociale e lavorativa di oggi, queste donne si sono trovate a soffrire di un notevole svantaggio rispetto agli uomini. Proprio sui social media il 41% delle vittime ha poi vissuto un forte disagio a mostrare il proprio corpo e il 39% è stata vittima di bodyshaming o di minacce di violenza sessuale. Circa un terzo delle vittime apparteneva a una minoranza razziale e due terzi alla comunità LGBTQI+. Insomma, online come nella realtà, essere donna, magari nera e lesbica espone, quasi certamente, a forme di odio e discriminazione anche violente. Una violenza che non risparmia le più giovani, come già rivelato dallo studio di EU Kids Online: il 22% delle adolescenti è esposto a sexting non consensuale, che può trasformarsi anche in episodi di cyberbullismo, un fenomeno, come sottolineato dalla Dott.ssa Manca, legato a doppio filo (10%) ai suicidi tra i più giovani. Per non parlare del revenge porn o pornografia non consensuale, che colpisce nel 90% dei casi proprio le donne.

I sei tipi di violenza online contro le donne

Già riassunti dal Pew Research Center e poi ripresi sia da Amnesty International che da Plan International, i tipi di violenza a che le donne subiscono online sono sei. Prima di tutto le minacce, sia fisiche che sessuali, vera e propria estensione online di un atteggiamento violento e abusivo sulle donne anche offline. In secondo luogo la discriminazione che prende di mira l’identità della donna, sia questa di genere, etnica o legata all’orientamento sessuale. Più gravi sono gli episodi di molestie, che vedono spesso la collaborazione di più utenti in un determinato lasso di tempo per umiliare e offendere una donna online, assaltandone i profili social con commenti offensivi. Un quarto tipo di violenza è il doxxing (da docx), che consiste nella pubblicazione online della documentazione privata della vittima, allo scopo di esporne la vita privata e le informazioni sensibili (riguarda un quinto delle intervistate nei paesi sviluppati). Un’altra diffusione di materiale sensibile è la pornografia non consensuale o revenge porn che coinvolge nel 90% dei casi le donne e che nel 50% dei casi porta a pensieri suicidi o al suicidio vero e proprio, come abbiamo visto succedere a Tiziana Cantone. Il sesto e ultimo tipo di violenza è il più famoso trolling spesso compiuto da estranei, meno frequentemente da conoscenti o ex partner. Il trolling riassume tutte le forme di violenza precedenti, è un abuso che non lascia scampo e mette in gioco l’azione coordinata di più persone con profili multipli anonimi o fasulli. Le donne vittime di queste violenze online non solo subiscono contraccolpi psichici ed emotivi, quando non si arriva all’aggressione fisica, ma vedono limitata la propria libertà di espressione e di movimento che ben riassume la disuguaglianza di genere nella società di oggi, anche quella tecnologica e virtuale.

La strategia per il futuro

«Anche se questa ricerca è stata ricavata da conversazioni con oltre 14.000 ragazze in più continenti, le intervistate condividevano esperienze simili di abuso e discriminazione» ha commentato Anne-Brigitte Albrectsen, CEO di Plan International. Una situazione che le autorità hanno cominciato ad affrontare con una serie di provvedimenti, come le norme su hate speech e cyberbullismo approvate in tutta Europa nel 2019, o l’ultima sentenza della Cassazione che definisce violenza sessuale il sexting non consensuale ai minorenni. Purtroppo, come sottolinea la stessa Albrectsen, senza l’intervento dei colossi del tech le leggi, da sole, potranno poco: «Le compagnie dei social media hanno l’occasione per portare avanti un cambiamento». Da parte, invece, della società civile e delle amministrazioni, l’EIGE lamenta nel suo rapporto l’assenza di una serie di studi e di raccolte dati ampie e circostanziate da parte delle istituzioni nazionali ed europee che forniscano più elementi rispetto ai semplici sondaggi. Solo un’azione concertata sul piano tecnologico, giuridico e culturale potrà sanare un divario di genere che vede oggi la libertà delle donne violata anche online.

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