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Tutti i tesori che perderemo con Santa Sofia

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Dopo la trasformazione in moschea della celeberrima Santa Sofia il mese scorso, Erdogan torna all'attacco dell'eredità bizantina di Istanbul. Il piccolo, meraviglioso gioiello di San Salvatore in Chora, eretto nel 1081 in pieno periodo Comneno, e trasformato in moschea nel 1511 e poi in museo nel 1945, tornerà a essere luogo di culto islamico. Resta incerto il destino dei mosaici della ex-chiesa ortodossa, tra i più belli al mondo, incompatibili con il culto musulmano. Le stesse problematiche sollevate per Santa Sofia, dove una prima preghiera si è celebrata il mese scorso con una cerimonia molto politica e poco spirituale.

La prima preghiera in Santa Sofia

A riprova dell'aspetto politico, più che religioso, dell'intera vicenda che ha visto la trasformazione del museo in moschea, la solenne preghiera del venerdì, celebrata in Haghia Sophia per la prima volta dal 1945, è stata officiata dal responsabile della Presidenza per gli affari religiosi (Diyanet), Ali Erbas, con la partecipazione delle massime autorità statali, tra cui il presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha dichiarato di aver realizzato il suo "più grande sogno". Alla funzione è stato ammesso un migliaio di persone, per motivi di sicurezza per il coronavirus. La nostra riflessione e i nostri timori per questa svolta sono molti. Santa Sofia resterà sempre Santa Sofia, qualunque tipo di preghiera venga recitata al suo interno. Monumento che ha segnato l’apice dell’architettura sacra greco-romana nel momento in cui il mondo classico tramontava nel Medioevo, Haghia Sophia, la Divina Saggezza, fu prima chiesa e cattedrale, poi moschea e, dal 1934, museo. Ora tornerà a essere una moschea. Ma c’erano motivi non solo simbolici per cui Mustafa Kemal Ataturk, padre della Turchia laica e moderna, aveva tramutato Ayasofya in un museo: la riscoperta dei mosaici e la riapertura degli studi archeologici.

Un patrimonio dell’umanità

Santa Sofia è il cuore del paese che la circonda da quindici secoli, il simbolo su cui il potere ha dovuto sempre imporre il suo segno. Così le trasformazioni della prima grande cattedrale del mondo medievale sono anche quelle del potere che la abitava: basilica patriarcale col cristianesimo, moschea col sultanato, museo nella Turchia laica e moderna di Ataturk, e nuovamente moschea con l’ascesa al potere del totalitarismo islamista di Erdogan. Santa Sofia ha quasi sedici secoli e non è mai stata solo un edificio. Eretta già nel 357 e ricostruita da Teodosio II nel 415, fu la rivolta di Nika, che quasi detronizzò il potentissimo imperatore Giustiniano (quella che vide Teodora, sua moglie, trattenerlo dal fuggire esclamando: «un Impero è un sudario eccellente»), a portare Santa Sofia alla sua straordinaria forma attuale. La chiesa fu progettata da Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle e rimase, per mille anni, la più grande cattedrale del mondo, cuore stesso della cristianità, prima, e della cristianità orientale dopo. La cupola eretta dai due architetti è stata la più grande mai costruita per una chiesa, fino all’innalzamento della prodigiosa opera del Brunelleschi a Firenze nel 1436, quasi dieci secoli più tardi. Insomma Santa Sofia è un’opera maestosa dell’ingegno umano, l’eredità finale di quel mondo romano che aveva dominato l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa e che andava trasformandosi nel Mediterraneo medievale, diviso in Imperi contrapposti. Proprio per questo i nostri timori non sono per Santa Sofia, che sopravviverà anche a questa trasformazione, ma per quello che si perderà o sarà a rischio: mosaici, pavimenti decorati, la possibilità di studiarli e scoprirne di nuovi.

I mosaici di Santa Sofia

I media turchi stanno cercando di tranquillizzare l’opinione internazionale (e interna) paragonando la nuova condizione di Santa Sofia a Notre-Dame e parlando di tende elettriche per coprire i mosaici. Il valore universale delle opere nascoste in Santa Sofia fu riconosciuto dallo stesso Maometto il Conquistatore nel 1453, quando, presa la città, non permise che fossero distrutti ma solo coperti da diversi strati di intonaco. Un atto illuminato, di un sovrano straordinariamente dinamico per l’epoca, che ci ha permesso, nel 1934, di riscoprire l’eredità artistica millenaria dell’Impero Romano d’Oriente caduto proprio nel 1453. I mosaici scoperti e restaurati in questi anni raffigurano il Cristo Pantocratore, gli Arcangeli, scene dai Vangeli, tutti immersi nell’oro ieratico dell’arte bizantina del IX-XIV secolo. Immagini di imperatori dominano le navate: Leone il Saggio, Costantino IX e la basilissa Zoe nei loro sontuosi abiti, Giovanni II e la moglie polacca Piroska, oppure il patriarca Giovanni Crisostomo, i cui sermoni erano così eloquenti da essere soprannominato, appunto, Bocca d'Oro. La storia di un mondo scomparso, che oggi rischia di morire una seconda volta.

Una moschea non è un museo

La trasformazione in moschea di Ayasofya potrebbe impedire qualsiasi passo ulteriore nello studio di questo incredibile monumento: come sarà possibile, infatti, nel caso scoprissimo un nuovo mosaico o una nuova figura, anche piccola, svelarla all’interno di un luogo di culto, una moschea appunto, fortemente iconoclasta? E se servisse, Erdogan accetterebbe di chiudere la moschea al culto per effettuare nuovi scavi? Come la prenderebbero, i fedeli, in quel caso? E tutte le incisioni, grandi e piccole, che costellano oggi Santa Sofia? Non c’è dubbio che il cambio di stato di Ayasofya, peraltro avvenuto senza la comunicazione ufficiale all’UNESCO, non è solo un gesto simbolico che riporta indietro la Turchia al periodo precedente il 1934, ma complicherà molto il lavoro di storici e storici dell’arte nella riscoperta del mondo bizantino. In tutto questo, la propaganda del dittatore turco cerca di venderci il messaggio che niente cambierà, che questo passaggio è la “correzione di un errore” (come se la laicità dello stato turco fosse stata uno sbaglio). Ma, oltre ai problemi che abbiamo citato, un dubbio più grande ci inquieta: cosa succederà domani, se a Erdogan o a un suo successore meritasse politicamente fare un passo in più e, magari, distruggere i mosaici, o ricoprirli con l’intonaco? In genere la storia non resta mai ferma, si evolve di continuo, come Santa Sofia.

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