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I testimoni scomparsi della strage di Ustica

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La mattina del 28 giugno 1980 Mario Alberto Dettori torna a casa inquieto. Se ne accorge subito, la moglie Carla, perché sono da poco passate le otto e trenta e il marito, in casa da dieci minuti, è ancora in divisa militare, accanto ai fornelli nella penombra della cucina. «Albe’, togliti la divisa» chiede Carla con amorevole accortezza, ma Dettori resta fermo, impalato e, soprattutto, zitto. Parlerà, nei giorni successivi, ma mai con franchezza: «Abbiamo sfiorato la terza guerra mondiale» dirà alla cognata. Già, perché la sera del 27 giugno 1980, alle 20:59, il segnale radar del volo IH870 sparisce nel nulla. Il DC-9 dell’Itavia, con a bordo ottantuno persone, si perde misteriosamente sull’aerovia Ambra 13, dopo aver da poco superato Ponza. È partito da Bologna con 113 minuti di ritardo, ma nulla, durante il volo, ha lasciato presagire ulteriori disguidi: eppure, all’aeroporto di Palermo, non arriva. Il DC-9 non si è perso nel nulla, è caduto. Come?

L’ipotesi più plausibile

Sono passati quarant’anni esatti dal più grande disastro aereo, dopo Linate, della storia italiana, ma mancano ancora dei tasselli per chiudere un puzzle irrisolto. C’è quella sentenza della Cassazione del 2013 e del 2018 che conferma in parte civile le accuse ai ministeri di Difesa e Trasporti e obbliga al risarcimento di più di 300 milioni di euro per le famiglie delle vittime e la ditta Itavia. C’è, ma più che definire parte delle responsabilità sullo svolgimento dell’inchiesta, non dice. Forse, chi avrebbe potuto dire qualcosa, è Alberto Dettori.

La Cassazione ha confermato il risarcimento di 300 milioni per le vittime e la ditta Itavia

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No, non la mattina seguente, era troppo scosso. Certo, avrebbe potuto parlare qualche anno più tardi, quando da Cap Martin in Francia, chiama la moglie nel cuore della notte per avvertirla delle sue preoccupazioni. «Il silenzio è d’oro e uccide» ripete alla cornetta, «ho visto questa frase sui muri» conclude tra lo sbigottimento e la paranoia: tornerà in Italia, a casa con la moglie Carla, ma non sarà più lo stesso. C’erano due caccia italiani in volo, testimoni dell’attacco nella notte del 27 giugno 1980? Dettori potrebbe saperlo, d’altronde il suo compito di radarista alla base di Poggio Ballese era quello: avvistare i caccia. Avrebbe potuto saperlo e anche dirlo, ma il 30 marzo del 1987, Alberto Dettori, si è impiccato.

La morte di tredici potenziali testimoni

Come un cassetto dei calzini abbandonato a se stesso, il disastro del DC-9 dell’Itavia vive di connessioni spaiate. Vive e sopravvive nel mistero e, facile da capire, nel complottismo. L’unico modo per mettere fuori gioco le illazioni è la verità, ma questa tarda ad arrivare, da almeno quarant’anni. Escono le carte, si conoscono pezzi di storia, smentite e rivelazioni scottanti, ma si fatica a mettere un punto alla vicenda.

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Il 19 luglio successivo, tra i monti della Sila in Calabria, venne ritrovato lo scheletro di un MiG-23 libico: si disse che cadde quella sera stessa, ma l’autopsia sul pilota rivelò come lo stato di decomposizione fosse troppo avanzato. Il cadavere era tale da almeno venti giorni. Erano anni difficili, di Guerra Fredda sempre più tiepida, e l’Italia, con la sua posizione geografica e la sua conformazione, si prestava benissimo ad essere la portaerei NATO sul Mediterraneo. Cinque anni più tardi, a Sigonella, ne avremmo avuto una dimostrazione.

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Un incidente militare o un attacco voluto, una bomba interna o un missile esterno. Sono solo dubbi che persistono alla luce di un processo lungo e che resteranno, probabilmente, irrisolti. Brian Sanglin, militare americano che la notte della strage prestava servizio sulla portaerei Saratoga (ancorata a largo di Napoli), ha parlato non meno di due anni fa, durante la trasmissione Atlantide (La7) di Andrea Purgatori, affermando di aver visto due Phantom americani decollare carichi e riatterrare ore dopo senza più armamenti.

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Dettori stesso, prima di impiccarsi, avrebbe dovuto fare chiarezza sui due caccia italiani in volo durante la sera del 27 giugno. Così avrebbero dovuto fare anche i due piloti dei suddetti aerei, Ivo Nutarelli e Mario Naldini, se non fossero rimasti coinvolti in un’altra strage, quella di Ramstein (Germania) del 28 agosto 1988.

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Durante l’esibizione delle Frecce Tricolori, infatti, i due piloti entrarono in collisione eseguendo la manovra “cardioide”: l’incidente, sul quale mancano ancora spiegazioni, costò la vita ad altre sessantasette persone. Sono ben tredici le morti sospette di altrettanto sospetti testimoni di Ustica. Potremmo chiamarli “danni collaterali”, ma dovremmo allora dare per scontato che, la notte del 27 giugno 1980, i cieli italiani siano stati teatro di guerra. Calda, caldissima guerra.

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