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«I social media non sono sicuri per le donne. È tempo di agire». La lettera ai grandi del web

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Graça Machel, la vedova di Nelson Mandela, l’ex-premier australiana Julia Gillard, la politica britannica Diane Abbott, la campionessa di tennis Billie Jean King e gli attori Thandiwe Newton, Ashley Judd ed Emma Watson. Sono solo alcuni dei 200 grandi nomi che hanno risposto all'emergenza degli abusi online sulle donne firmando una lettera pubblica che esorta Facebook, Twitter, TikTok e Google a rendere le loro piattaforme sicure per le donne. Mark Zuckerberg, Jack Dorsey, Shou Zi Chew e Sundar Pichai hanno risposto lo stesso giorno.

La sicurezza delle donne diventi una priorità: la lettera aperta

«Internet è la piazza cittadina del 21° secolo», afferma la lettera. «È dove si svolge il dibattito, si costruiscono comunità, si vendono prodotti e si crea reputazione. Ma la portata degli abusi online significa che, per troppe donne, queste piazze digitali non sono sicure. Questa è una minaccia per il progresso sulla parità di genere». Più di 200 donne, tra cui attrici, giornaliste, musiciste ed ex leader di governo, hanno scritto una lettera aperta per spingere gli amministratori delegati di Facebook, Twitter, TikTok e Google a rendere la sicurezza delle donne una priorità. Secondo The Economist, infatti, il 45% delle donne millennial e Gen Z hanno subito abusi in rete.

«Un grande numero di questi abusi ha luogo sui social media, e la portata del fenomeno è globale» riprende la lettera. «Le vostre (delle aziende, ndr) scelte influenzano il modo in cui miliardi di persone vivono online. Con le vostre straordinarie risorse finanziarie e tecnologiche, avete la capacità e responsabilità di assicurare che le vostre piattaforme prevengano, non alimentano, questi abusi». La lettera è stata pubblicata ieri dalla World Wide Web Foundation contemporaneamente all’impegno dei quattro giganti a migliorare la sicurezza delle loro piattaforme. La lettera e l’impegno delle aziende sono arrivati il secondo giorno del Forum sull’uguaglianza di genere delle Nazioni Unite a Parigi. La richiesta delle 200 donne firmatarie è fondata?

Gli abusi online sulle donne

Ovviamente sì, come VD ha fatto emergere a ottobre scorso quando ha pubblicato i risultati del più vasto sondaggio globale sugli abusi subiti dalle donne online, realizzato da Plan International. Il documento aveva arricchito la nostra conoscenza del problema dopo il ben noto sondaggio Ipsos MORI per Amnesty International che si era concentrato sui paesi più sviluppati e in una fascia più ampia d’età (18-55): Danimarca, Italia, Nuova Zelanda, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Stati Uniti d’America, dove la percentuale delle vittime si era attestata al 23% (16% Italia, 33% USA).

Il sondaggio di Plan International amplia l’area di indagine, rivelando un quadro generale ben peggiore: il 58% delle donne intervistate, quasi 3 su 5, distribuite in più continenti, ha subito almeno uno dei sei tipi di violenza sul web già definiti dal Pew Research Center e Amnesty International. La maggior parte è stata attaccata su Facebook (39% dei casi), Instagram (23%), Whastapp (14%), Snapchat (10%), Twitter (9%), TikTok (6%). Circa 1 donna su 5 ha smesso di frequentare i social media o ha cambiato profondamente il suo modo di usarli. Data l’importanza centrale delle piattaforme internet per la vita sociale e lavorativa di oggi, queste donne si sono trovate a soffrire di un notevole svantaggio rispetto agli uomini.

Proprio sui social media il 41% delle vittime ha poi vissuto un forte disagio a mostrare il proprio corpo e il 39% è stata vittima di bodyshaming o di minacce di violenza sessuale. Circa un terzo delle vittime apparteneva a una minoranza razziale e due terzi alla comunità LGBTQI+. Insomma, online come nella realtà, essere donna, magari nera e lesbica espone, quasi certamente, a forme di odio e discriminazione anche violente. Una violenza che non risparmia le più giovani, come già rivelato dallo studio di EU Kids Online: il 22% delle adolescenti è esposto a sexting non consensuale, che può trasformarsi anche in episodi di cyberbullismo, un fenomeno, come sottolineato dalla Dott.ssa Manca, legato a doppio filo (10%) ai suicidi tra i più giovani. Per non parlare del revenge porn o pornografia non consensuale, che colpisce nel 90% dei casi proprio le donne.

Le sei forme di violenza online subite dalle donne

  • Le minacce, sia fisiche che sessuali, vera e propria estensione online di un atteggiamento violento e abusivo sulle donne anche offline.
  • La discriminazione, che prende di mira l’identità della donna, sia questa di genere, etnica o legata all’orientamento sessuale.
  • Le molestie, che vedono spesso la collaborazione di più utenti.
  • Il doxxing (da docx), che consiste nella pubblicazione online della documentazione privata della vittima.
  • La pornografia non consensuale o revenge porn che coinvolge nel 90% dei casi le donne e che nel 50% dei casi porta a pensieri suicidi o al suicidio vero e proprio.
  • Il trolling, che riassume tutte le forme di violenza precedenti, è un abuso che non lascia scampo e mette in gioco l’azione coordinata di più persone con profili multipli anonimi o fasulli.
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