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Tredici svela le oscurità della nostra mente

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Almeno una persona su quattro, nel corso della propria vita, ha sofferto o soffrirà di disturbi mentali. La patologia più diffusa è sicuramente la depressione, intorno a noi almeno una persona potrebbe soffrire di depressione o ne soffrirà, e in genere non ne vuole parlare.

Il 23 agosto arriva la terza stagione di Tredici su Netflix

Il 23 agosto arriva la terza stagione di Tredici su Netflix

La depressione è l’elefante nella stanza della nostra epoca: tutti sanno che c’è, ma pochi hanno il coraggio di indicarlo, nonostante sia enorme e soffocante. La serie tv Thirteen Reasons Why (Tredici in Italia) ha avuto il merito di portare nelle stanze degli adolescenti questo tema spinoso, rompendo i tabù e accostandolo al suicidio e al bullismo. La terza stagione, in uscita su Netflix il 23 agosto, darà un taglio più crime alla vicenda, iniziata col suicidio dell’adolescente Hannah e proseguita con il processo per la sua morte.

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Già la seconda stagione, però, ribaltava le carte in tavola, mostrando una realtà di cui non si parla spesso: i depressi, persone come noi, a volte vittime, a volte carnefici. Era questo il caso di Hannah Baker, che in Tredici veniva dipinta come un personaggio molto più complesso della “semplice” ragazza suicida, rivelando così la natura nascosta degli altri personaggi, alcuni ingiustamente ritratti come i mostri della storia. Ed è vero, la depressione non rende automaticamente buoni, ma è una vera malattia? Come tale si può curare per risorgere da quell’abisso di inattività, più oscuro e totalizzante della tristezza?

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La depressione è sicuramente il male del nostro secolo, per questo, forse, è ancora così difficile non solo diagnosticarla e curarla. Tanti, troppi casi le hanno creato attorno un’aura dannata: dai personaggi famosi morti suicidi a quelli che hanno fatto coming out dichiarandosi pubblicamente depressi, questa malattia è allo stesso tempo bestia nera e mito, generata da un indistricabile nodo gordiano di fattori neurologici e psicologici.

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Spesso le cause sono talmente radicate nelle profonde oscurità della nostra mente che rivelarle può richiedere anni di tentativi e fallimenti. In alcuni casi la depressione è talmente onnipresente e ingombrante che fagocita tutto, divorando se stessa e la vita del malato. Pensiamo al caso di Noa Pothoven, giovanissima attivista olandese, che si è lasciata morire di fame e sete, rifiutando qualsiasi cura, dopo aver subito abusi nell’infanzia. La sua morte ha suscitato un dibattito per le modalità con cui la ragazza è arrivata al suo scopo (erroneamente si era parlato di eutanasia), ma ha anche mostrato al mondo che di depressione, come di cancro, si può morire.

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Di sicuro conduce all’isolamento, allo stigma sociale causato dalla falsa credenza che un malato nella psiche sia un pericolo per la società. Ma il depresso è un pericolo solo per una società basata sull’anestesia dei sentimenti, sulla filosofia dei vincenti di cui si fanno testimoni capitani d’azienda, motivatori, leader politici e manager, coloro sulle cui spalle grava il peso del mondo.

Il depresso è un pericolo solo per una società basata sull’anestesia dei sentimenti

Persone che, spesso, soffrono di marcati deficit emotivi e non possono che discriminare chi, invece, ha finestre e filtri emozionali fin troppo aperti. L’isolamento spinge gli stessi depressi a emarginarsi da soli, quando avrebbero molto da dare, forse più di chi li mette in un angolo. La depressione diventa un marchio che chiunque tenta di nascondere, da combattere nel silenzio e nell’oscurità. In Italia consumiamo più psicofarmaci di quanto andiamo dallo psicologo: curiamo solo il corpo perché ci vergogniamo della nostra mente e del suo rapporto con l'esterno: nel migliore dei casi otteniamo risultati parziali, nel peggiore facciamo danni.

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Quello che affronta il depresso una volta uscito allo scoperto, d’altro canto, non è per niente confortante: cure costose, effetti collaterali, ricadute, il giudizio delle persone, il peso di non essere considerati malati ma alla ricerca di attenzioni. Forse è questa la ragione per cui chi soffre di depressione fatica a dirlo: se la comunità scientifica è compatta nel considerarla una malattia, non altrettanto si può dire della società.

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È troppo, forse, chiedere a un depresso di ignorare il giudizio quasi unanime del mondo in cui vive, è quel mondo a dover fare qualcosa. Ad esempio dipingendo i malati di depressione per quello che sono: persone normali con una malattia da cui a volte possono guarire. Tredici ha avuto il merito di sollevare la questione, in una platea difficile e sensibile sull’argomento come gli adolescenti, tra i quali si nascondono ancora troppi futuri adulti depressi.

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