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La sicurezza in Formula 1 a 25 anni dalla morte di Senna

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Al settimo giro del GP di Imola del 1994, il campione brasiliano Ayrton Senna perde il controllo della sua monoposto andando a finire contro il muro di protezione alla curva del Tamburello. L’impatto è tremendo, Senna perde subito conoscenza. Alle 14 e 17 il pubblico astante scatta in piedi osservando preoccupato i paramedici che portano i primi soccorsi. Non ce la farà, il povero Ayrton. Spirerà alle 18.40, disteso in un letto dell’ospedale Maggiore di Bologna. Era il primo maggio di 25 anni fa. L’incidente genererà una serie di eventi a catena che costringeranno gli alti papaveri della Formula 1 a riconoscere le proprie lacune in fatto di sicurezza. Fino a quel momento i piloti che divoravano l’asfalto ad una media di 260 km/h erano considerati “gladiatori” invincibili, che concepivano l’incidente come un fattore naturale e totalmente intrinseco alla gara in sé.

In 25 anni la Formula 1 ha lavorato per evitare che una morte come quella di Ayrton Senna si ripeta

Da allora le precauzioni prese per mantenere l’incolumità dei piloti, degli addetti ai lavori e degli spettatori sono cresciute in maniera esponenziale: dall’introduzione di un maggior numero di vie di fuga all’interno della pista, all’implementazione delle gomme di protezione, che assorbono e a volte annullano la velocità e l’impatto della vettura. Le vetture sono state rese più sicure per proteggere punti nevralgici come la testa e il collo del pilota, il casco ha visto l’introduzione del collare HANS che permette di evitare fratture alla base del collo, mentre nella parte che protegge il cranio sono stati inseriti uno strato di Kevlar e due di fibra di carbonio. Infine la visiera è stata immersa in uno speciale materiale chiamato Zylon che ha una resistenza agli urti molto alta.

A Imola, 25 anni fa, moriva in un terribile incidente Ayrton Senna

A Imola, 25 anni fa, moriva in un terribile incidente Ayrton Senna

Adesso il pilota è totalmente immerso nella sua vettura, grazie all’innalzamento della barriera di protezione e l’introduzione della cellula di carbonio che conferisce totale sicurezza ma non compromette la libertà dei movimenti. Le gomme sono ancorate alla vettura, il che permette di non farle schizzare via al momento dell’impatto, diventando un pericolo sensibile per chiunque sia vicino. Inoltre, la Formula 1 ha pensato di introdurre un limite di velocità all’interno dei box ed ha diminuito il numero di meccanici operativi nei pit-lane. Gli sforzi sono stati riconosciuti da tutti ed il progresso sul campo della sicurezza all’interno di un qualsiasi pista e monoposto è innegabile. Ma sembra che ancora non basti, che ancora manchi un tassello per completare il puzzle.

La natura stessa della Formula 1 non permette standard più alti di sicurezza

Nel 2011 la Williams ha proposto di integrare delle cupole per l’abitacolo, un’idea che proviene direttamente dall’ingegneria aerospaziale. La novità però venne scartata forse, troppo frettolosamente, un po’ per cultura e un po’ perché il cupolino avrebbe impedito una rapida espulsione del pilota in caso d’incendio. Lo stesso valse per l’assetto laterale della vettura, i cui urti finiscono, il più delle volte, per scaricare l’energia immagazzinata direttamente sul pilota. I passi avanti fatti sono innegabili ma, in realtà, possiamo davvero parlare di sicurezza per uno sport in cui venti piloti sono costantemente lanciati a 300 km orari in uno stretto percorso? La natura stessa della Formula 1 non permette agli ingegneri di raggiungere standard più alti di sicurezza.

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