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Il mondo attraverso le foto di Sebastião Salgado

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Coltiviamo l’intima convinzione che ciò che la vera attività di un artista sia fondamentalmente dare nomi alle cose. O volti, che poi è lo stesso, nel caso di un fotografo come Sebastião Salgado. Succede che provi un’emozione, o hai un’idea, ma non sai esattamente dire cos’è, arriva un tizio e ‘zac’, trova il modo esatto di mettere nero su bianco quello che nella tua testa era un ammasso confuso di pensieri. Quando poi conosci la parola o il volto, ecco che ti scopri a padroneggiare il concetto, e non sei più lo stesso di prima. Per questo l’arte, col suo costante monito di coscienza, ci aiuta a capire e contribuisce ogni giorno a salvare il mondo. Ci dice chi siamo.

La fotografia di Sebastião Salgado

Sebastião Salgado è un fotografo di fama mondiale, un avventuroso testimone della condizione umana. C’è qualcosa da capire, nelle foto di Salgado. La stupidità e la violenza umana sono dipinte senza mezzi termini, senza chiacchiere da salotto ad attutire il colpo. Così come lo sono la bellezza di Madre Terra e dell’uomo stesso, troppo spesso offesa. È proprio alla Madre Terra che Salgado dedica parte della sua vita. In largo anticipo rispetto all’emergenza climatica che oggi è sotto gli occhi di tutti, nel 1998 lui e la moglie avviano un progetto per combattere la deforestazione in Brasile. Piantano più di 2 milioni di alberi.

Sebastião Salgado e la riforestazione in Brasile

Le sue foto, proprio come un grande romanzo o un grande film, intagliano sul legno della nostra mente i lineamenti di concetti altrimenti ingestibili, dandogli forma e senso. Giusto per fare un esempio. La Serra Pelada era una delle più grandi miniere d’oro a cielo aperto del mondo. Fu scoperta nel 1979, e poche settimane dopo più di centomila persone, spinte da un’incontrollabile bramosia, si erano già ammassate in quel buco gigantesco, a rovistare nella melma in cerca di un po’ di oro. Dopo aver visto le foto che Sebastião Salgado scattò in quella miniera, saprai per sempre qual è il vero volto della cupidigia umana: uomini come formiche, ridotti a vivere in condizioni estreme, che portano pesanti sacchi di fango su per rudimentali scale a pioli sospese su strapiombi.

Sierra Pelada - © Sebastião Salgado

Sierra Pelada - © Sebastião Salgado

Costretti solamente dalla loro sete di oro. Zac. La straordinaria capacità di denuncia sociale di Sebastião Salgado è indissolubilmente legata alla sua abilità nello spogliare problematiche complesse da ogni inutile orpello, riducendole alla loro più intima essenza. Il titolo di uno dei suoi lavori più famosi aiuta molto a capire: La Mano dell’Uomo – Archeologia dell’età industriale. Proprio come un archeologo, Salgado raccoglie testimonianze e reperti di un mondo che ormai non conosciamo più, quello del lavoro manuale. Così mentre l’economista, tra pozzi di petrolio in fiamme e schiene curve, ci svela luoghi e volti dei veri processi alla base del nostro sistema produttivo globale, l’artista mostra le mani callose del mondo, ammaliandoci con una visione della dignità del lavoro che abbiamo ormai scordato.

L'arte di dare un volto umano al mondo

Quella di dare volti alla sofferenza è un’operazione che ogni artista percepisce come essenziale. Vi ricordate la bambina col cappotto rosso di Schindler’s List, che passeggiava abbagliante nel bianco e nero del film? La ritroviamo alla fine, un piccolo cappottino ancora rosso, però morta, buttata su un carro di morti in bianco e nero destinato alle fiamme. Lei è l’Olocausto, in quel momento, e noi ne percepiamo la follia. Primo Levi spiegava, nel capitolo de I Sommersi e i Salvati chiamato “La Zona Grigia”, che si soffre molto di più per una singola Anna Frank che per i milioni di senza nome morti come lei.

Rwanda - © Sebastião Salgado

Rwanda - © Sebastião Salgado

Alla stessa maniera colpiscono dritto nello stomaco le foto che Sebastião Salgado scattò durante il genocidio del Ruanda nel 1994. In quegli scatti, i volti delle persone sono così intensi che sembrano assumere un nome e un cognome, facendo emergere il dolore, il calvario, la morte di un singolo fuori dal freddo numero che appare (quando va bene) sui titoli dei giornali: un milione di morti.

Dalla guerra alla natura con Genesis

La potenza evocativa delle istantanee che scattò durante quel conflitto annichilisce le quotidiane meschinità in cui ci avvolgiamo, in cerca di sicurezza. Le foto dei corpi dei ruandesi accatastati senza ritualità da una ruspa, per sgomberare i ‘150 chilometri di morti’ raccontati dal fotografo brasiliano, mostrano, giusto per fare un altro esempio, tutta la meschina idiozia delle ruspe nostrane. Molto più efficace di mille ore di talk show. L'immediatezza dell'arte.

Genesis - © Sebastiao Salgado

Genesis - © Sebastiao Salgado

Ci si aspetta che chiunque sia stato testimone di certe atrocità, chiunque abbia visto dentro l’abisso della violenza, della miseria umana, non sia più capace di salvarsi. Sebastião Salgado, nel suo ultimo lavoro, Genesis, trova invece la forza per un atto di fede verso la maestosità di questo nostro pianeta, raccontando una storia di armonia e proporzione tra uomo e natura. In quegli angoli di mondo vergini ed incontaminati, a ben vedere, sta scritto cosa siamo capaci di fare, quando ci ricordiamo di non lasciare che la bellezza soccomba al meschino. Non è a questo che serve l’arte? Zac.


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